CIS: diritto di esistere!

Cari soci,

Vi confesso che è veramente difficile percorrere una strada tortuosa cercando di procedere con cautela in precario equilibrio.

Il Patto ha informato la propria azione ad un principio fondamentale: dialogo e mai scontro con l’organo amministrativo.

La proposta di dialogo, purtroppo, non è stato mai accettata, anzi, in certe occasioni, è stata ostacolata ogni espressione di collaborazione, ancorché fosse tesa alla ricerca di una soluzione più adeguata a conservare la nostra vocazione costitutiva.

Nel marzo scorso il Direttivo del Patto, dopo reiterati rinvii di incontro, formalizzò una richiesta di convocazione d’assemblea che avesse per oggetto la valutazione del progetto di ripianamento finanziario.

Tale legittima richiesta fu rifiutata, motivando tale rifiuto sulla circostanza che l’assemblea risultava già convocata, tre mesi prima, in prima convocazione per il primo febbraio ed in seconda convocazione per il 29 maggio 2014.

In tale sede ci fu assicurato che avremmo trovato le risposte più adeguate alla nostra richiesta.

Tutti Voi sapete come si concluse quella assemblea.

Il Presidente, subito dopo la sua relazione introduttiva, si sottrasse al confronto abbandonando improvvisamente l’assemblea che fu affidata alla direzione del consigliere Cimmino.

Questa grave violazione della dignità del socio che trova proprio in assemblea il massimo riconoscimento, ci indusse a modificare la relazione prevista, incentrata proprio sulla proposta di un percorso condiviso.

Quella sera presentai, a nome del Patto di Sindacato, solo la relazione tecnica che avrebbe dovuto integrare l’intervento principale.

A distanza di sei mesi da quel giorno avverto ancora una forte emozione e la profonda delusione per quel negato confronto assembleare.

I tecnici della società presentarono, per la prima volta, il progetto di ripianamento che imponeva una clamorosa svolta nella nostra solidarietà sociale.

Il tempo è inutilmente trascorso sino all’assemblea ordinaria prevista per il 16 luglio 2014 che consentì, con il nostro responsabile atteggiamento, la nomina di un esecutivo a termine per un anno che avrebbe dovuto finalmente concludere il sempre imminente accordo con il ceto bancario.

Dopo circa tre anni di moratoria il CIS si avvia a concludere il terzo esercizio finanziario, confermando le incertezze e i risultati dei precedenti esercizi, in mancanza di specifici elementi modificativi.

Questo dovrebbe suggerire una nuova valutazione della situazione prevedendo soluzioni autonome che non siano influenzate dalla situazione finanziaria e dalla strategia commerciale della partecipata Interporto Campano.

Ciò vale anche nella sperata ipotesi che entro novembre si concluda l’accordo con il ceto bancario.

Per conservare l’integrità aziendale e garantirne la continuità non si può prescindere dall’integrazione della manovra con i seguenti provvedimenti, più volte segnalati:

A) rimodulazione del piano di rimborso del sub mutuo con allungamento di almeno 5 anni;

B) riconoscimento dell’anatocismo sul piano di rimborso con equo e concordato indennizzo e rinegoziazione del tasso d’interesse;

C) allineamento delle posizioni del sub mutuo per i soci adempienti con gli effettivi versamenti a riduzione della residua debitoria a riduzione della garanzia ipotecaria;

D) restituzione diretta o indiretta degli importi finanziati impropriamente ad Interporto Campano, proprio per consentire l’allineamento di cui sopra;

E) modifica della destinazione d’uso e rilancio dell’attività di collocazione immobiliare dei lotti disponibili;

F) immediata sospensione dell’attività giudiziaria nei confronti dei soci inadempienti in presenza di un pacifico rilascio delle unità immobiliari oggetto della contestazione;

G) progetto di autofinanziamento programmato, attraverso gli strumenti previsti, per rinforzare l’immagine del contesto sociale;

H) revisione dei criteri di spesa della gestione improntata a criteri di assoluta necessità.

Continuare a percorrere unicamente la strada intrapresa può produrre, nella migliore delle ipotesi, esclusivamente un traumatico frazionamento del CIS che perderebbe definitivamente la propria identità costitutiva con un progressivo deprezzamento del valore commerciale ed immobiliare già in atto.

Voi soci, avete quotidianamente sotto i Vostri occhi questo deprezzamento, lo vivete sulla Vostra pelle, ormai inermi ed incapaci di incidere perché non c’è voce che tenga quando manca l’ascolto.

Vi prego di leggere l’intervento che il Patto aveva dedicato all’assemblea del 29 maggio, se Vi riconoscete, possiamo provare ancora, diversamente il CIS andrà verso un ineluttabile destino che gli è stato assegnato in una visione generale del Gruppo.

Buona lettura.

 

 Signor Presidente, cari colleghi,

In questo angusto spazio che Lei ha riservato alla voce dell’assemblea ci consenta di esprimere con un gesto di umana pietà il nostro urlo di dolore per le piaghe profonde che hanno devastato il nostro amato CIS.

Nell’ultimo decennio la direzione della società è stata affidata sostanzialmente solo alla Sua filosofia aziendale.

Lei ha governato contemporaneamente e nella stessa sede come Presidente del CIS e dell’Interporto e, per un lungo periodo, come vice presidente della Banca Popolare di Sviluppo, sino all’intervento della Banca d’Italia.

Tre realtà straordinarie, delle quali il nostro popolo dovrebbe andare fiero; dovremmo difenderle con eroica resistenza, mantenendo viva la funzione e lo scopo di ognuna di esse.

Da quella posizione con straordinaria abilità ha evitato con successo ogni conflitto d’interesse e con rigoroso equilibrio non ha mai procurato di infrangere il divieto di concorrenza imposto agli amministratori di società che, nel nostro caso, si propongono, allo stesso modo, la costruzione e l’organizzazione di immobili destinati al commercio, alla logistica e alle movimentazione delle merci.

Ritorniamo al CIS, da dove principia tutto con energie e risorse di un popolo di imprenditori che ha creduto nel progetto ed ha seguito con fede il Suo ideatore.

In tre successivi trienni ha governato sempre lo stesso consiglio d’amministrazione e dura ancora oggi in regime di prorogatio.

La definizione di governo è solamente tecnica, perché per consolidata abitudine, Lei ha sempre richiesto ed ottenute tutte le deleghe di potere che, di norma, appartengono all’organo collegiale.

Qualsiasi leggero anelito di confronto è stato soffocato senza discussione, perché questa è stata sempre la regola del sistema.

Ancora oggi alle domande non si risponde e si lanciano accuse denigratorie contro chi osa proporre interrogativi vitali sul destino del CIS.

In questi dieci anni abbiamo rinunciato giorno dopo giorno al nostro progetto costitutivo.

In questo ultimo decennio abbiamo tradito la nostra vocazione imprenditoriale per realizzare un progetto finanziario ed immobiliare che ci ha indebitato oltre misura.

Abbiamo ceduto la proprietà dei nostri lastrici di copertura con una geniale operazione innovativa che ci impedisce non solo l’uso degli stessi ma pone seri dubbi di sicurezza ai nostri capannoni, ormai privi, da circa due anni, delle prescritte certificazioni antincendio.

Che dire poi della tanto celebrata scissione della società che avrebbe dovuto mettere in cassaforte i nostri immobili e dare un riassetto definitivo al CIS, separando i beni dai servizi.

Siamo stati capaci di spendere due volte per restare come prima.

Fatta e disfatta in pochi mesi.

Nella nostra società si provano tutte le soluzioni per sottrarre al socio utilizzatore la facoltà di esercitare la sua originaria funzione nello spirito consortile e garantista, introdotto da un giurista di valore straordinario, il mai troppo compianto notaio Canio Restaino.

Altri uomini, altri tempi.

Oggi ci misuriamo con progetti di finanza innovativa e puntiamo a conquistare il mondo nell’ottica della grandezza, dell’intermodalità e della logistica.

La politica dell’indebitamento viene giustificata dal fatto che ‘tanto stiamo sui costi’.

La finanza creativa ha sostituito l’economia e la produzione, non conta più l’utile di bilancio ma la disponibilità del credito.

A che serve più questo vecchio e povero CIS?

Forse se lo smontiamo a pezzettini e poi, un pezzo per volta, lo rivendiamo, con una sofisticata operazione di cannibalismo finanziario, può tornare ancora utile per attrarre investimenti ed ha capacità di credito.

Questa piccola residua vitalità la convogliamo verso Interporto e tutto rimane in famiglia, nel grande Sistema.

Avremo, finalmente, realizzata la Domus Aurea con la benedizione del ceto bancario.

e… i poveri soci?

Indebitati, senza nessuna missione commerciale, sono ormai obsoleti, tanto vale privarli del proprio capannone, perché non gli serve più, sono destinati solo a fallire, un gruppetto per volta, così la terapia è più indolore.

e… poi, vuoi mettere, potremo sempre dire noi siamo stati quelli del gruppo CIS Interporto, abbiamo cambiato mestiere ma almeno il nome ci è rimasto sull’etichetta.

Riuniamo i più famosi consulenti al capezzale del CIS, ormai malato grave con un destino segnato, cerchiamo di trovare il modo più indolore per arrivare rapidamente alla fine.

Che spiegamento di forze, d’ingegni, di professionalità per contrastare la resistenza disperata di una parte di quel corpo malato che non si rassegna a morire.

Questi del Patto sono dei pazzi scriteriati, finiranno col rovinare il CIS.

Ecco, abbiamo i colpevoli!

Anche Nerone fece circolare la voce che i cristiani incendiarono Roma!

Ci vuole solo un miracolo per cambiare un destino ormai segnato.

I miracoli li fa solo Dio, ma si serve degli uomini, li troverà?

Noi ci siamo, pronti a mettere testa e cuore con generosa disponibilità a qualsiasi proposta di autofinanziamento pur di garantire Lunga vita al CIS.

Lei, signor Presidente, è il dottore che deve curare quel corpo malato.

Sta salendo quelle scale della Clinica dei martiri del Sistema.

Lei deve decidere se amputare diffusamente o tentare un coraggioso intervento di recupero delle funzioni vitali.

L’intervento è pericoloso, il paziente potrebbe anche morire, ma che vita sarebbe con tante mutilazioni.

Coraggio, proviamo, proviamo, proviamo ancora.

 

La Grande Montagna

Caro CIS

Il 15 novembre per me è un giorno speciale.

Il mio primo nipote compie otto anni e mi prendo la licenza di dedicare a lui la pubblicazione di una favola che ha scritto e dettato a me durante una breve vacanza vissuta insieme la scorsa estate fra i monti di Salisburgo.

Voi penserete: ma come, proprio in questo momento?

Che c’entra la favola con il Palazzo di Cristallo?

Perdonatemi, io penso che la vita di ognuno di noi non si può reggere solo sui numeri, quelli appartengono solo alla testa, ma noi siamo fatti di testa e cuore.

Vi prego, leggetela e poi capirete perché Ve la propongo.

Lunga Vita al CIS

Emilio

La grande montagna.

C’era una volta una grande montagna; era un po’ triste perché nel villaggio, che era situato alle sue pendici nella parte ad oriente, tutti gli abitanti si picchiavano molto, senza nessuna ragione, ma solo per il gusto di farlo.
Una mattina arrivano un cane magico ed un avventuriero.
Il cane magico aveva un potere straordinario e si chiamava JKE.
Il suo potere consiste nel fatto che si può trasformare in ogni cosa come una gelatina.
Il suo amico, l’avventuriero, si chiamava Finn.
I due sentivano che la montagna piangeva con lacrime di pietra e , incuriositi, si avvicinarono.
Appena arrivati, domandarono subito: – montagna perché piangi ? -
La montagna rispose: – io mi vorrei girare e muovermi per vedere l’altra montagna che sta alle mie spalle, per fare amicizia, sono sempre qui io sola e vedo sempre tutti gli abitanti del villaggio che si danno un sacco di botte.-

Jacque e Finn dissero con entusiasmo: – non ti preoccupare ci pensiamo noi.- e corsero giù al villaggio.
Appena arrivati domandarono ad un passante: – scusa amico, dov’è il capo del villaggio?-
Il passante era una banana gialla con mani, piedi, bocca, occhi e naso proprio come un uomo normale.
Rispose: – andate dritto, poi a sinistra, poi troverete un ascensore e salite per undici piani.
All’uscita girate a destra e vedrete un grande casa fatta a forma di matita, bussate e troverete il re del villaggio.-
Dopo aver ringraziato per l’informazione, JKE si trasformò in un cane gigante e Finn gli montò sopra. A grandi falcate si avviarono verso la casa matita.
Appena giunti bussarono alla porta.
La porta si aprì magicamente da sola; i due entrarono e si trovarono di fronte una grande matita di mille colori con una bellissima  corona in testa.
La corona era formata da tante punte di matita, ognuna di un colore.
Alla vista del re , JKE e Finn si inchinarono e salutarono così :
- Salve Maestà siamo venuti per conto della grande montagna.
Il re domanda :- ma cosa è successo alla grande montagna?-
Finn replicò:- la montagna piange sempre con lacrime di pietra perché è costretta a restare ferma e a guardare solo  il tuo villaggio, dove tutti i tuoi sudditi si danno un sacco di botte.
Tu sei l’unico che può ordinare agli abitanti di smettere di picchiarsi.”-
Il re, commosso da questa richiesta, si affacciò alla finestra reale e gridò ai suoi sudditi  :
-” Vi ordino di non darvi più tutte queste botte. Coloro che si daranno ancora botte saranno sbattuti nei sotterranei della reggia matita reale e rinchiusi in un temperamatite!
Ora, Drago Sputafuoco, incendia quel tronco e buttalo nella piscina dei piranas.
Te lo ordino!
I piranas nuotando genereranno elettricità , così il motore muoverà la montagna e la girerà verso  l’altra montagna e  potranno fare amicizia.”-
I due salutarono e ringraziarono con due eleganti inchini e corsero dalla montagna.
Appena arrivati Finn urlò : – ” Drago Sputafuoco brucia e butta il legno nella piscina.
Mettete i piranas dentro la piscina, ecco il motore sta partendo!”-
La montagna domandò : – ” che succede?”-
-” Ti stiamo girando verso l’altra montagna”- gridarono i due.
La montagna felice , fece un grande sorriso di pietra , contenta per essere riuscita a conoscere l’altra montagna.
E vissero tutti felici e contenti.

Autore: Emilio D’Angelo Jr.
Questo testo non è pubblicabile senza l’autorizzazione dell’autore.
Diritti d’autore riservati.

100 articoli per una Lunga Vita al C.I.S.

Questo è l’articolo n. 100 che viene pubblicato sul nostro Blog e desidero affrontare un tema fondamentale che riguarda la prospettiva sociale un attimo dopo la definizione della manovra finanziaria di ripianamento.”

E’ una edizione straordinaria che continuerà a vivere giorno dopo giorno, riportando la cronaca dell’attività del Patto di Sindacato.”

Quo Vadis CIS? “

Questa è la domanda più drammatica che mi pongo; mi sveglio all’alba e riprendo a pensare.

Il tempo passa inesorabile, un giorno dopo l’altro, un mese dopo l’altro, un anno dopo l’altro e noi continuiamo a rincorrere, da circa tre anni, la speranza che questa volta la previsione di concludere la manovra finanziaria sarà quella buona.

Intanto per strada un pezzo alla volta si sfalda il nostro tessuto sociale ed il quotidiano impegno che richiede la gestione dell’azienda individuale riduce l’attenzione sul problema della Casa comune.

Non posso più tacere che è sin troppo evidente un grande distacco fra base e vertice sociale, soprattutto in termini di proposte e di aspettative.

Il Presidente ha sempre avuto un ruolo centrale e propulsivo, di importanza fondamentale per la creazione di tutto il sistema, ma ha pure influenzato il disegno e la struttura societaria con le sue decisioni, determinando un regime organizzativo molto centralizzato.

Appare evidente che, nelle attuali circostanze, alcune scelte strategiche hanno determinato una frattura nello spirito consortile e consociativo del nostro contesto.

Si è ridotta l’intesa fondamentale tra base e vertice, pur restando fortemente vincolati in un rapporto ancestrale di riferimento che impedisce un graduale cambiamento del metodo di gestione, come, invece, sarebbe stato necessario per l’evidente conflittualità degli interessi societari fra CIS ed Interporto, rappresentati al vertice decisionale dalla stessa persona.

Tale conflittualità è dimostrata dalle seguenti osservazioni oggettive, fondate sui dati dell’ultimo bilancio:

A) al 31.12. 2013 il CIS riporta a bilancio un credito complessivo nei confronti di Interporto Campano di euro 37 milioni di euro per finanziamenti deliberati tra il 2012/13 e relativi interessi. Tale importo è stato incassato dal CIS a titolo di rate di sub mutuo, versate dai soci adempienti e non girate al ceto bancario, titolare del diritto d’ipoteca sui singoli capannoni mutuati.

B) al 31.12.2013 il credito verso Soci risulta così composto:

(Rif.: Pagina 39  Fascicolo del Bilancio Esercizio 2013)

……………………………………..SCADUTO…..NON SCADUTO……TOTALE

operazioni di submutuo…….12.390.487….101.492.034…..113.882.521

operazioni di leasing………….1.514.719………1.205.743……….2.720.462

servizi comuni……………………3.671.050………2.694.607……….6.365.657

Totale…………………………….17.576.256…..105.392.384…..122.968.640

L’importo delle morosità dei soci risultano incrementate fino a complessivi 47,3 milioni di euro, tenuto conto anche di circa 19 mila metri quadrati di capannoni rientrati in possesso della Società ( nota della relazione al bilancio).

Con tutta evidenza un impiego nella destinazione naturale dell’importo finanziato ad Interporto, congiuntamente con l’importo di 11.206.061 risultante dalla voce al bilancio “depositi bancari” avrebbe coperto integralmente l’importo delle morosità, indirizzando la manovra in maniera conservativa.

Tale orientamento amministrativo, ispirato a principi di prudenza ed autonomia, avrebbe consentito di programmare una necessaria rinegoziazione del residuo mutuo, attraverso la rimodulazione del piano di rimborso con allungamento del termine di scadenza e la revisione dei tassi d’interesse.

In tale ottica avrebbe potuto trovare una pacifica soluzione anche il problema dell’anatocismo, il cui valore è stato stimato dall’organo amministrativo di circa 30 milioni di euro.

C) al CIS è stata prima proposto con grande clamore il progetto “zona Franca” per l’area logistica e, successivamente, l’intero progetto è stato trasferito ad Interporto Campano in evidente dispregio dei legittimi interessi della nostra società che pure aveva partecipato alle spese iniziali di studio del progetto, approvate da una specifica assemblea.

D) il varco CIS Interporto, introdotto sin dalla prima attività interportuale, è rimasto aperto per oltre un decennio ed ha favorito lo sviluppo della nuovo comparto logistico sull’onda del successo immobiliare e commerciale del CIS, dal quale ha tratto risorse essenziali sia finanziarie, dirette ed indirette attraverso Cisfi, sia commerciali, operando nello stesso bacino di utenza con il “ Know- How” del CIS.

A maggio di quest’anno il varco è stato chiuso con inopportuno provvedimento per definire nettamente  la distinzione fra CIS ed Interporto  anche in relazione al repentino mutamento della destinazione del progetto “zona Franca”, formalmente annunciata nella nota integrativa al bilancio 2013 fra i capisaldi della manovra.

E) il centro decisionale del CIS sin dal 2004 è stato trasferito in Inteporto Campano determinando un netto deterioramento del rapporto con i soci e una evidente promiscuità nell’impiego delle risorse umane, in particolare a livello di vertice, che hanno fatto riferimento esclusivamente al Presidente dell’Interporto.

Prova ne è che dal 2010 ad oggi non è stata effettuata alcuna iniziativa di sviluppo e rilancio commerciale del Centro, neppure dal punto di vista immobiliare.

Proprio in questi ultimi giorni la tabella che pubblicizzava un deserto  Ufficio Vendite sul viale centrale, all’altezza dell’isola 4, è stata rigirata ed appare bianca, esprimendo finalmente la sua inutilità.

F) la manovra finanziaria è fortemente condizionata dal consistente indebitamento di Interporto Campano, tanto da essere indirizzata, prevalentemente, in direzione univoca:

-frazionamento del mutuo per consegnare al ceto bancario 100.000 mq di capannoni in area CIS, per abbattere l’esposizione debitoria;

-il recupero del credito verso Interporto Campano attraverso la corrispondente riduzione del debito del Cis verso le banche finanziatrici;

-la garanzia che i Soci in regola con i pagamenti, bontà loro, dovranno rimborsare unicamente il debito residuo e cioè che tutto quanto pagato verrà portato a deconto delle loro posizioni.

Sarebbe apparso naturale, con una banale valutazione di opportunità, proporre per CIS una rimodulazione del piano di rimborso con un allungamento della data di scadenza e la rinegoziazione dei tassi d’interesse.

Un elementare principio di prudenza avrebbe dovuto, inoltre, impedire l’impiego per un prestito ad Interporto di ingenti risorse destinate alla riduzione delle singole posizioni di debito da submutuo.

Molte aziende socie si sarebbero salvate dalla lista di proscrizione, evitando, in molti casi, il ricorso all’azione fallimentare e avviando un processo di recupero dei valori immobiliari, così fortemente mortificati dall’attuale politica finanziaria.

G) Debiti verso Banche:

( Rif.: Pagina 47 Fascicolo del Bilancio Esercizio 2013)

Euro 201.271.154 relativi al debito residuo del mutuo ottenuto da un pool di banche, capofila UNICREDIT, sottoscritto nel 2004 per un importo originario di 382.631.473 successivamente ridotto ad euro 275.630.223, importo dell’effettivo utilizzo, detto finanziamento è sia assistito dal pegno sui titoli iscritti nell’attivo immobilizzato, che da garanzia reale ipotecaria di primo grado indivisa sui capannoni sociali per un valore di 737.190.930.

Le banche finanziatrici non hanno mai effettuato alcuna azione legale contro la Società che, pertanto, attualmente beneficia di una moratoria” de facto”, da circa tre anni, dell’indebitamento finanziario a medio e lungo termine.

Tale moratoria non è stata ribaltata sulle aziende socie ed ha determinato l’accumulo di risorse, derivanti dai regolari adempimenti delle aziende socie.

L’ampia garanzia immobiliare ed il principio di solidarietà fra le singole aziende socie ed il CIS  ha consentito al ceto bancario di articolare la manovra in un quadro di soluzione generale, nel quale la nostra Società è fortemente penalizzata.

La complessa vicenda finanziaria poteva essere affrontata attraverso il dialogo ma il confronto assembleare si è ridotto a quello instaurato nel dibattito dell’unica assemblea formalmente convocata per necessità di legge.

Abbiamo continuato a ripetere, con ossessiva ostinazione, che bisognava avviare subito un progetto di riqualificazione del CIS per rilanciare non solo le imprese ma anche il valore immobiliare delle strutture.

Per anni il CIS non ha avuto problemi di ricollocazione dei lotti, anzi, in molte occasioni, il valore immobiliare del capannone ha salvato tante imprese in difficoltà.

La manovra finanziaria, assolutamente necessaria, da sola non è sufficiente a superare l’attuale stato di crisi, se non si disegna, subito, un piano di riqualificazione del CIS, anche attraverso un cambiamento della destinazione d’uso.

Nessuno socio intendeva sistemare solo una partita finanziaria, tutti aspiravano a riprendere il cammino secondo la propria vocazione d’impresa.

Per pervenire in tempi brevi a soluzioni programmate, occorreva un confronto, serrato, continuo e costruttivo.

Avevamo proposto una conferenza permanente, con cadenza mensile, in ambito societario nella quale doveva essere disegnata una politica di rilancio da affiancare alla sistemazione finanziaria.

In assemblea avevamo offerto la nostra collaborazione con un segnale importante che, speravamo, potesse avviare una fase nuova.

In circa quattro mesi, tre rappresentanti del direttivo del Patto, hanno incontrato solo due volte il presidente e mai, dico mai, un solo componente del consiglio d’amministrazione, come se l’incarico conferito fosse solo un corollario giuridico, privo di ogni peso ponderale.

La linea tracciata dal Presidente non si è spostata di un solo millimetro, anzi è stata accelerata la fase di acquisizione di lotti ” incagliati” nel chiaro intento di costituire, in tempi rapidi ed a qualsiasi costo il blocco di 100.000 mq da consegnare al ceto bancario per realizzare la manovra.

Nessuna delle nostre proposte è stata accolta, nemmeno quelle più semplici che prevedevano una politica di rilancio dell’attività di collocazione immobiliare, anzi, talora, questa proposta sembrava essere in precisa controtendenza rispetto al disegno progettuale.

Il frazionamento individuale dell’ipoteca, la rimodulazione del piano di rimborso, la rinegoziazione del tasso d’interesse: tutte proposte inattuabili. Eppure ognuna di esse poteva favorire la soluzione pacifica di enormi problemi.

Le sortite nel Cis degli uomini della struttura, così frequenti prima dell’assemblea, sono cessate di colpo, il nostro bel varco CIS Interporto è rimasto tristemente chiuso, il silenzio più assordante è l’unico protagonista di questo trimestre.

Il silenzio domina sovrano e qualsiasi socio in difficoltà è costretto ad andare in Interporto per richiedere ascolto con concrete proposte finanziarie, ma trova sempre una porta irrimediabilmente chiusa, una barriera insormontabile.

Tutte le speranze, le buone intenzioni, i progetti più semplici di riconciliazione sono stati spazzati via da un vento gelido che soffiava da lontano che si chiama indifferenza.

La zona Franca non è più un progetto CIS, la modifica della destinazione d’uso che appariva un percorso praticabile in tempi rapidi, forse verrà realizzata solo dopo la cessione del blocco al ceto bancario e, magari, in quel caso, si riaprirà pure la possibilità di realizzare la zona Franca in area CIS ma senza CIS.

Ebbene non ci resta che aspettare, rassegnati, l’approvazione della manovra da parte del ceto bancario, che appare imminente in ogni incontro ufficiale e resta rinviato appena qualche giorno dopo.

Nel secondo ed ultimo incontro con il Presidente abbiamo ricevuto assicurazione che ai primi di novembre, al massimo entro lo stesso mese, la manovra sarebbe stata approvata.

Aspettiamo; intanto il tessuto sociale si sfalda giorno dopo giorno, quel minimo di reazione e di speranza che aveva alimentato il Patto si sta esaurendo ed il destino di frammentazione sembra irrimediabilmente segnato.

Molti tacciono e per motivi diversi.

Chi è in ritardo con il piano di rimborso spera, tacendo, di essere escluso dalla lista dei centomila.

Chi è in regola con i pagamenti, continua a pagare, coltivando la speranza che il sacrificio dei centomila favorisca l’accollo del ceto bancario relativo al debito Interporto, indispensabile per consentire l’allineamento del debito residuo tra mutuo e sub mutuo.

Chi è soggetto all’azione fallimentare spera in un atto di clemenza ed insegue un disperato rinvio.

Chi ha esercitato la facoltà di riscatto, aspetta all’infinito per realizzare un legittimo diritto, e tace, sperando di ottenerlo con le buone maniere.

Ognuno va per suo conto.

Un frazionamento è stato sicuramente realizzato: quello degli interessi personali.

Divide et impera

Venerdì  31 ottobre sul Corriere del mezzogiorno è stato pubblicato un servizio molto indicativo che prospetta l’arrivo all’Interporto Campano di un manager torinese di chiara fama, incaricato dal ceto bancario, per integrare la governance della società.

Questo può significare che il ceto bancario, prima di approvare la manovra, intende intervenire nel governo di Interporto, assegnando al Presidente un “badante”.

Forse è anche giusto che il ceto bancario esiga di controllare una società così fortemente indebitata che in tre successivi bilanci presenta perdite consistenti per la sua attività e per quella delle società collegate.

Tutta la manovra è incentrata sull’esposizione del ceto bancario di circa 700 milioni di euro, dei quali solo 179 milioni sono riferibili al CIS per residuo mutuo, ampiamente coperti per un valore immobiliare ipotecato per oltre il triplo.

Al 31.dicembre 2011, si rileva dalla nota integrativa, la Società aveva già pagato alle banche finanziatrici circa 173,5 milioni di euro di cui 90,7 per sorta capitale, circa 64,2 milioni di interessi e 18,6 milioni per derivati.

L’operazione “centomila” in area Cis è assolutamente marginale rispetto al complessivo indebitamento.

Occorre tener conto che qualsiasi operazione sui “centomila” in area CIS dovrebbe comunque passare al vaglio dell’assemblea dei soci e che l’assegnazione dei lotti ad un diverso utilizzatore sarebbe, comunque, determinata da una rituale asta giudiziaria.

L’autonomia della nostra società, fortemente compromessa dall’infausto finanziamento, teso prevalentemente a prorogare ulteriormente il controllo centrale della società attraverso il prolungato rinvio del termine di riscatto, resta comunque salda se la compagine sociale saprà ritrovare la primitiva compattezza, spirito di sacrificio, fattiva solidarietà, desiderio di giustizia ed equità.

In questa direzione formulo, in nome e per conto del direttivo del Patto di Sindacato, la proposta di rinnovare, con formule giuridiche più efficaci ed adatte alla infelice congiuntura, un Patto di resistenza e rilancio della nostra attività costitutiva.

Vi invitiamo ad aderire compatti inviando l’allegato modulo compilato a titolo di iscrizione al rinnovato Patto di Sindacato di voto, unica voce in un affollato deserto.

Entro novembre sarete convocati in apposita assemblea per la ratifica definitiva.

Questa è l’ultima barricata, non ci sarà un’altra occasione!

Emilio D’Angelo

Patto di Sindacato di voto della CIS S.p.A

Modulo Adesione

La stima è come un fiore, quando viene calpestata si appassisce.

Clicca sotto, riconoscerai la protervia dei potenti quando l’uomo riconosce solo la sua grandezza ed il resto del mondo gli appare piccolo,piccolo….

http://www.youtube.com/watch?v=cWa8vLFBE58

 

Il regno dell’impossibile.

L’improbabile non succede mai, l’impossibile qualche volta.

Noi gente del CIS siamo abituati a misurarci con missioni impossibili; basta guardare da dove veniamo.

Molti fra noi hanno conosciuto la miseria, i sacrifici, le privazioni e qualche volta anche le mortificazioni.

Voglio dedicare ai miei soci del CIS e solo a loro, questo squarcio della mia vita che appartiene ad un mondo comune vissuto insieme per circa un trentennio .

Un ritorno alle radici quando veniva prima il CIS, poi ancora il CIS e poi ” nata vota  ó CIS “.

Domani 2 novembre  festeggiamo la ” resurrezione” e ricordiamo i nostri cari che vivono molto più in alto, nel mondo dei giusti, raccogliamoci a riflettere se siamo degni di loro.

Un giorno, durante una mia visita al Cimitero monumentale, vidi una grande cappella, tutta di marmo prezioso, era bellissima, sembrava una reggia. Mi fermai a guardarla incantato e mi domandai a chi appartenesse.

Pensai , certamente ad una persona importante, e mentre pensavo, passò vicino un vecchietto che portava per la mano un bambino e si fermò a guardare verso il portale della cappella.

Mi avvicinai curioso e domandai se conosceva il nome dell’illustre defunto.

Mi rispose con garbo : ” Caro  signore, in questa cappella sono sepolte centinaia e centinaia  di coscienze morte che appartengono a tanti uomini potenti ancora in vita. Le hanno lasciate qui per vivere meglio, ma prima  o poi torneranno a riprenderle e quello sarà per loro un brutto giorno, perché non le troveranno più e vagheranno nell’oblio senza nessuna meta.

e poi scomparve tenendo sempre per mano il suo bambino.

Mi svegliai e riconobbi nel vecchio e il bambino il ciclo eterno della vita che passa da una mano all’altra.

 

Vi racconto uno spicchio di vita di un socio del CIS.

 

Io nacqui nel 1945; sono, come si dice, figlio delle guerra, fui concepito come atto d’amore da due genitori meravigliosi.

Se dovessi immaginare la personificazione del bello e del buono, penserei al viso sempre sorridente di mio padre e alla dolcezza dello sguardo di mia madre.

Nel dopoguerra nessuno era ricco, solo pochi speculatori, avvoltoi sulle carogne di tante vittime.

Mio padre, prima della guerra, vendeva stoffe, come suo padre e suo nonno, nella zona del Mercato di Napoli, nei pressi dei Quattro Palazzi, dove anche io nacqui da solo in casa, senza assistenza medica.

Mia madre diceva sempre che io avevo fretta di nascere perché ero preoccupato di come andava il mondo.

Era il 7 di agosto del 1945 e solo il giorno primo la bomba atomica sganciata in Giappone dagli americani aveva distrutto Hiroscima, cambiando il destino del mondo.

La miseria, una decorosa miseria contrassegnava i primi anni della mia vita sino alla giovinezza.

Portavo il nome del nonno materno, un uomo affascinate, ufficiale di finanza, che amava sua figlia Maria con una tenerezza speciale.

Morì presto, alla fine della guerra, dopo appena un mese dalla scomparsa della nonna Amalia : una bellissima storia di amore che li aveva tenuto legati nella vita e nella morte.

Io lo conobbi appena e ne ho un vago ricordo fisico, ma un grande ricordo di cuore.

Amava scrivere e mi lasciò in eredità questo dono ed alcune lettere indirizzate ai miei genitori nelle quali parlava di me.

In una di queste lettere li esortava ad affidare la mia educazione ai Salesiani di Don Bosco, ai quali era rimasto legato sin dalla sua gioventù.

Anche questo ulteriore dono, con l’aiuto dei miei genitori, é arrivato a me con grande vigore.

Sono pure io un allievo di don Bosco ed ho imparato da questo grande educatore a rispettare gli altri, a sfidare l’impossibile e,soprattutto, ad amare i giovani ed in particolare i bambini, che rappresentano l’opera più grande della perfezione divina.

Torniamo ai miei guai, dai quali, parlando,parlando mi allontano sempre, ma é naturale ricordare il bello e dimenticare le cose più brutte,anche se, talvolta, i sentimenti più autentici si nascondono tra le difficoltà.

E’ un po’ come tra noi, gente del CIS, che ricominciamo a vivere in mezzo ai guai.

Quando tutto va bene é facile vivere, é  molto più difficile essere felici in mezzo ai guai.

Questo mio padre me lo ha insegnato proprio bene.

Era un bell’uomo con portamento molto signorile, da giovane gran ballerino, sportivo, amante della boxe e del nuoto,nel quale eccelleva.

Portava stampato sul volto i segni di un carattere accogliente e disponibile, aperto alla cordialità e questo gli apriva tutte le strade.

Nel commercio era bravo ma nel dopoguerra c’era poco da vendere e poca gente disposta a comprare.

Mio padre aveva uno zio materno che in gioventù era emigrato in Venezuela, a Caracas ed aveva impiantato un deposito di stoffe di produzione italiana.

Giocatex era il nome della ditta  : Giovanni Caiazzo Tessuti.

Il misterioso filo di lana intrecciato con seta e cotone disegna sempre la storia della mia famiglia e noi ci affidiamo con passione a quel filo e lo seguiamo in capo al mondo.

 

Da Piazza Mercato di Napoli a quella di Caracas.

 

Papà aveva capito che a Napoli c’era poco da fare ed era necessario andare a cercare fortuna altrove.

Era socio con tre fratelli e decisero che due sarebbero partiti per il Venezuela e due sarebbero rimasti in Italia per procurare tessuti da esportare.

Mio padre, Umberto con il fratello più piccolo Damiano, si trasferì a Caracas.

Mia madre, con me e mia sorella sorella, rimase in Italia con una vecchia zia, sorella del nonno, per noi zi – zi .

Noi napoletani siamo bravi ad inventare sintesi di parole difficili, una prozia diventa zi-zi , zia due volte.

Portava un nome nobile Leonilda Carrino , era zitella ed aveva una sorella suora.

Io ero molto legato alla mia zi-zi perché era capace con poco a fare cose speciali.

La mattina, appena svegli, ci preparava la colazione : un’abbondante tazza di latte e i suoi famosi biscotti.

La ricetta ? Il pane raffermo, tagliato a fette sottili e poi abbrustolito.

Una squisitezza se affondato nel latte caldo e zuccherato !

I soldi erano pochi e si arrangiava, ma lei era capace di conservare tutto.

Le cortecce di formaggio le puliva bene e le utilizzava per la torta di patate, con la frutta troppo matura,comprata a poco prezzo, faceva marmellate e torte varie.

Era un vulcano di fantasia, piccola ed arzilla non si fermava mai.

Quando i soldi non arrivavano in tempo dal Venezuela, lei si nascondeva sotto il cappotto un pezzo di stoffa, salvato dalla guerra, e se ne andava dalle famiglie nobili e ricche che aveva conosciuto in gioventù e lo vendeva come preziosa reliquia di un passato illustre.

Grande la mia zi-zi , mi voleva un bene dell’anima perché portavo il nome di suo fratello e, spesso, quando ero triste mi rifugiavo a piangere tra le sue braccia e non solo io.

In casa mancava l’uomo, era lontano a lottare per la vita della sua famiglia.

Non era facile, aveva imparato ad  ‘ablare ‘il castigliano e riusciva a vendere tessuti e, quando non ne arrivavano dall’Italia, anche orologi ad omoni grossi grossi, spesso di colore.

Per conquistare la fiducia dei compratori entrava nelle locande e iniziava a fare amicizia sfidando gli avventori a ‘braccio di ferro’: era imbattibile, ma alla fine lasciava vincere l’occasionale sfidante per compiacerlo.

Grande uomo mio padre, faceva grandi cose con la semplicità di un fanciullo ed aveva un animo nobile e generoso: non conosceva il limite dell’impossibile e non si scoraggiava mai: cuor di leone, ma che cuore!

Raccontava storie fantastiche, anche paradossali, dove il bene vinceva sempre.

Era il mio eroe buono, forse perdente, ma il più bravo.

Ecco perché da bambino ed ancora oggi, tra Achille ed Ettore, preferisco sempre Ettore, perdente ma umano, forte solo della sua grande umanità.

Quando dopo tre anni tornò in Italia, aveva messo da parte un po’ di soldi per tornare a vendere stoffe a Piazza Mercato nella zona dei Quattro Palazzi.

 

Il lungo filo di tessuto da Caracas a Napoli.

 

Mio padre riprende in mano quel telo di stoffa lunghissimo e lo riporta a casa.

Torna dai suoi figli e da sua moglie che con amore definiva ‘Maria mia’.

Mi ha insegnato ad amare con il suo esempio di grande gentiluomo.

Il suo primo negozietto di stoffe stava in fondo a Via Duomo, quasi di fronte al Porto di Napoli.

Era il tempo che i corrieri consegnavano le balle di stoffa con carretti trainati da cavalli.

Ettore Calabrese era il nostro Corriere di famiglia, un gran galantuomo.

La gente veniva a Napoli dalla provincia e da altre regioni meridionali per comprare le stoffe.

Sento ancora l’odore delle tele di sacco con le quali si imballavano i tessuti.

Quelle tele si  recuperavano e con aghi  lunghi, lunghi si ricucivano con un filo di spago per spedire la merce ai clienti.  I tessuti di lana odoravano di pecora, quelli sintetici di un intenso odore chimico,quasi di farmacia.

Mio padre fu tra i primi ad intuire che la trasformazione rappresentava una nuova occasione di commercio nel tessile.

Introdusse anche dei capi confezionati, affidando  i suoi tessuti per la trasformazione a qualche piccolo laboratorio locale.

Gli impermeabili, i famosi ‘trench’ del cinema americano, li ritirava, invece, già confezionati dalla zona di Empoli.

Venivano consegnati in scatole di cartone verde scuro con la scritta in oro di un marchio di fantasia ‘ Everest’, antesignano della diffusione delle grandi firme.

Quando arrivava la merce, in casse di legno inchiodate, era una festa.

Io da bambino, al ritorno dalla scuola, correvo in negozio e assistevo alla schiodatura dell’imballaggio, aspettando il momento nel quale uscivano fuori vari regali pubblicitari: ciondoli, portachiavi, penne biro, matite, piccoli blocchetti notes, di tutto.

Era in settembre, alla vigilia dell’inizio dell’anno  scolastico, ed io è mia sorella tornavamo a casa,con le tasche piene di regali: una befana in anticipo.

Anche io da bambino ho scalato il mio Everest.

Intanto era nato mio fratello Renato, nato RE, e sin da piccolino divenne subito il mio socio per la vita.

Quel lungo filo di tessuto continuava ad avvolgere la nostra storia e si muoveva sinuoso fra passioni, affetti, delusioni e qualche volta dolore.

Le stoffe buone le ritiravamo dal Biellese, la nobiltà del tessile, quelle più economiche dal Pratese, gli operai del tessile, con pari dignità perché nei tessuti, come nella vita, occorre sempre avere una varietà di scelta per coprire tutte le esigenze.

La mia vita fra stoffe, libri e dolci della domenica.

I miei genitori mi amavano tanto, eravamo una famiglia felice con poco.

La domenica non mancavano mai le paste di Scaturchio, le migliori a Napoli e per me, ancora oggi, le migliori al mondo.

Il rito del cartoccio di paste mi è rimasto impresso come uno dei momenti più belli della mia fanciullezza.

Al ritorno dalla Santa Messa papà attraversava SpaccaNapoli, la famosa strada dei presepi e dei pastori, ed arrivava in Piazza S.Domenico Maggiore, dove si trovava la famosa Pasticceria Scaturchio.

Una bottega di dolcezze che ha reso felici tante generazioni che ritrovavano in quelle gustosissime paste la gioia della famiglia nella semplicità di un piccolo gesto.

Papà, cuore d’oro e mani generose, comprava sempre due cartocci, uno per noi e l’altro per la famiglia del portiere del nostro palazzo.

Quando arriva in casa, canticchiava felice: ” vi ho comprato una bella cosa” ripetendo più volte il ritornello lungo il corridoio che portava in sala da pranzo.

Noi bambini in coda lo seguivamo incuriositi e lui teneva in alto il cartoccio di paste confezionato in bella carta con fondo bianco e scritte in rosso e blu con stemma di corona regale e la scritta della ditta.

Il cartoccio veniva riposto in sala pranzo su uno scaffale alto per evitare furti o introduzioni di dita per leccare un po’ di crema.

Papà ci teneva ad aprire il cartoccio a fine pranzo.

Mia madre portava in tavola un ruoto di pasta al forno, che emanava un profumo di buono tanto forte che lo avverto ancora oggi dopo mezzo secolo.

Mia madre era la donna più buona del mondo e non ci faceva mancare niente anche se doveva privarsi di qualsiasi vanità femminile, ma pure senza trine e belletti rimaneva la donna più bella del mondo.

A fine pranzo veniva aperto il cartoccio di paste e papà ci avvisava che ne erano dieci, sottolineando che noi avevamo la fortuna di poterne mangiare quasi due a testa.

Tante famiglie ne compravano al massimo una  a testa!

Potevamo scegliere fra babà, teste di moro, deliziose,  sciù  alla crema o al cioccolato,millefoglie, crostate alla fragola, cannoli, cassatine, e i famosi ministeriali.

Vi incuriosisco ? Il ministeriale é il trionfo del cioccolato, una sfoglia rigida esterna ed una crema morbida all’interno con una goccia di liquore all’arancia.

Se volete provarla, regalatevi una passeggiata a SpaccaNapoli, salite per via Duomo e di fronte alla popolare zona di Forcella,incamminatevi per una stradina che contiene mille segreti di una città esagerata nella bellezza e nel dolore, dove si mescolano centinaia d’anni di storia e tutte le passioni della vita.

Ho dimenticato il mio cartoccio di paste, mi mancava solo di ricordare che spesso ci accordavamo fra noi per dividere qualche pasta per avere l’opportunità di assaggiare più gusti e conservarne qualcuna per la sera.

Era un modo per far durare più a lungo la magia di una  splendida domenica!

Spero di aver regalato ai miei amici un momento di serenità, perché anche questo é CIS e le radici si difendono sino al Regno dell’impossibile.

Con immenso affetto

Emilio

 

 

Patto di sindacato: strumento di difesa.

Il 10 novembre il Patto di Sindacato compie il suo primo anno di vita ed è giusto compiere una ricognizione sull’attività svolta ma, soprattutto, è necessario capire se questo strumento di organizzazione parasociale si è integrato con la base societaria ed è ancora efficace.

Il Patto ha ottenuto l’adesione di 80 aziende socie che rappresentavano il 24,70% del capitale sociale.

Tenuto conto che le azioni proprie non hanno diritto al voto, si può ritenere con fondata approssimazione che il peso in assemblea delle azioni vincolate si sarebbe dovuto sostanziare in almeno un terzo degli aventi diritto.

Si può certamente dire che il Patto ha veicolato e rappresentato le proposte dei soci per la gestione della complessa situazione finanziaria ma non è stata capace di incidere profondamente per un effettivo cambiamento, come, invece, era necessario.

Molte cause hanno contribuito a limitare l’efficacia dell’azione del Patto.

Certamente io per primo e tutto il direttivo siamo stati fortemente condizionati da un rapporto intermittente con il Presidente, che non si è mai sviluppato in termini efficacemente costruttivi.

Inutile negare che la gestione amministrativa della nostra società, per effetto delle deleghe attribuite per consolidata abitudine, è affidata sostanzialmente alla sua visione strategica.

Abbiamo provato a proporre una linea più conservativa della struttura sociale con diverse soluzioni specifiche per la ristrutturazione del debito senza trascurare ipotesi di sviluppo nell’area commerciale.

Dobbiamo, però, osservare con vivo rammarico che è stata manifestata, con forme ed in occasioni diverse, una marcata insofferenza per ogni nostra iniziativa.

L’ascolto è stato sempre formale e non si è mai sviluppato un serio approfondimento delle nostre proposte.

Eppure, in occasione dell’ultima assemblea, il Patto di Sindacato, con atteggiamento responsabile e collaborativo, ha consentito, con motivata astensione, l’approvazione del bilancio e la nomina dell’esecutivo a termine per un solo anno, al fine di favorire la definizione imminente della manovra finanziaria.

Nei successivi incontri, tenuti in due occasioni in settembre, il Presidente ci ha assicurato che, entro e non oltre il prossimo mese di novembre, sarebbe stata finalmente definita la manovra finanziaria.

Intanto nessuna delle nostre proposte ha trovato accoglienza, quasi come se il destino della nostra società fosse già stato irrevocabilmente definito nella direzione annunciata.

Al momento, fedeli e coerenti con l’atteggiamento assunto in assemblea, aspettiamo fiduciosi la definizione della manovra, entro il mese di novembre, ma non possiamo evitare di osservare che persistono fondate perplessità per il futuro assetto del CIS.

Ne spieghiamo i motivi.

La manovra punta al frazionamento del mutuo in due grandi tronconi, quello dei soci adempienti, che proseguono regolarmente il piano di rimborso e quelli inadempienti che saranno costretti a restituire gli immobili da destinare nella disponibilità del ceto bancario.

Sia per il primo che per il secondo troncone esistono gravi inconvenienti nel rapporto contrattuale con il CIS.

Per i soci adempienti persiste il disagio di continuare a pagare senza ridurre la propria posizione debitoria nei confronti del ceto bancario che è garantita da ipoteca immobiliare.

Il rapporto di pagamento CIS / soci non incide direttamente sulla riduzione dell’esposizione ipotecaria di un singolo sub mutuo se il CIS non gira le somme incassate al ceto bancario per quella stessa posizione.

Ipotesi questa che già si è verificata durante il lungo periodo di moratoria, durato circa tre anni, con evidente pregiudizio per i soci adempienti.

Per la manovra, che ancora tarda a realizzarsi, il concetto di ” imminenza “ è veramente molto relativo, e ciò produce viva preoccupazione nel contesto sociale, anche perché impedisce qualsiasi progetto di sviluppo dell’attività consortile e di quella individuale.

Il problema dell’allineamento delle singole posizioni debitorie nel doppio rapporto mutuo/ sub mutuo è stato sicuramente accentuato dall’impiego di somme versate in conto mutuo per finanziamenti alla partecipata Interporto.

La manovra, infatti, si propone di recuperare le risorse finanziarie prestate ad Interporto Campano attraverso l’accollo del debito da parte del ceto bancario.

Questo aspetto è essenziale per consentire l’allineamento delle posizioni debitorie relative si soci adempienti.

La nostra richiesta di frazionamento individuale non trova accoglienza perché il ceto bancario non è disposto ad intrattenere un rapporto diretto con le singole aziende, considerando il CIS suo unico interlocutore, preferendo mantenere il vincolo di solidarietà che unisce il socio alla società rispetto alla garanzia ipotecaria.

Questo si rileva dalla corrispondenza intercorsa tra alcune aziende socie ed il ceto bancario.

In altri termini il Pool di banche mantiene l’ipoteca sul singolo cespite, ma non è disposta ad accettare pagamenti in riduzione del debito per quello stesso cespite dal singolo socio, ma solo attraverso il CIS.

Intanto autorizza una lunga moratoria, consapevole che la stessa non viene ribaltata sui soci debitori, né si assicura che le somme incassate dal Cis vengano appostate in conto vincolato con la specifica collocazione a riduzione delle relative posizioni debitorie.

La manovra dovrebbe risolvere questo sciagurato problema che pesa come un taglione sulle aziende solventi, sempre che venga accolta la proposta di accollo del debito Interporto verso il CIS.

Molte aziende socie hanno versato con puntualità al CIS rate destinate a riduzione del mutuo, importi che potevano essere liquidi e disponibili, ed, invece, allo stato, per essere utilizzati nell’ambito della loro legittima destinazione, sono sottoposti al vaglio discrezionale del ceto bancario.

Per quanto riguarda, invece, i soci inadempienti, appare troppo varia ed approssimativa l’identificazione di un’area di 100.000 mq che corrisponde ad un incaglio di 100 milioni di euro.

In questa area ci sono decine di aziende che, con una opportuna rimodulazione del piano di rimborso e la contemporanea rinegoziazione del tasso d’interesse, avrebbero potuto risanare la propria posizione debitoria e salvare immobile ed impresa.

La strada scelta è a senso unico, senza possibilità di scelta, e prevede solo la formazione del blocco da 100.000 mq da consegnare al ceto bancario per ridurre il residuo debito complessivo.

Nessuno si domanda quali aziende faranno parte di quel blocco, ma soprattutto nessuno si domanda a quale destino e a quale impiego è votato quel blocco.

Questo aspetto del problema riguarda non solo quel gruppo di soci coinvolti, ma tutto il CIS nella sua funzione strategica.

Nessuno si chiede cosa sarà il CIS con 100.000 mq vuoti.

Forse ne abbiamo una prima larvata immagine nelle tante aziende chiuse.

Il piano in atto sta producendo un marcato impoverimento della struttura sociale e della funzione commerciale delle singole imprese.

Il nostro bel CIS ha la sua testa pensante, il suo direttivo, lo stesso personale dirigente nell’Interporto, dal quale è rimasto isolato dopo la chiusura del varco interno, privo di ogni azione o prospettiva di sviluppo commerciale: una vera colonia alla ricerca di una soluzione finanziaria, fortemente condizionata dal quadro generale del cosiddetto “gruppo”.

La stampa ha dato ampio risalto all’indebitamento complessivo del gruppo e il CIS ha taciuto, evitando di smentire una stima approssimativa e confusa che non tiene conto dei diversi valori imputabili a ciascuna società.

Avevamo proposto la rimodulazione del mutuo, la rinegoziazione del tasso ma, soprattutto, il rilancio dell’attività di ricollocazione immobiliare anche attraverso la modifica della destinazione d’uso.

Esclusi dal progetto zona Franca, attribuito ad Interporto, si può ancora percorrere la strada di rilanciare una nuova funzione del centro attraverso la coesistenza coordinata della produzione e della distribuzione.

Lo stesso progetto di zona Franca, così come è stato presentato dal prof. Uckmar, guarda con attenzione, non solo alla movimentazione delle merci in area internazionale, ma soprattutto alla creazione di un modello di integrazione tra il mondo della produzione e quello della distribuzione per valorizzare la nostra vocazione creativa nel campo della moda: il famoso stile italiano.

Nulla si muove in questa direzione, aspettiamo, aspettiamo, aspettiamo ed intanto fermiamo tutto ed ammassiamo capannoni vuoti destinati alle banche, in prima collocazione, ma dopo, quando i capannoni non saranno più nostri, quale sarà la loro collocazione?

Voi soci sarete chiamati un’ultima volta in assemblea per decidere il nostro futuro e sarà più difficile esprimere il proprio parere.

Non ci saranno prove d’appello.

Molti soci non avranno più diritto di voce, altri parleranno poco perché preferiranno dividere i propri interessi personali da quelli consortili e, soprattutto, 100.000 mq di CIS peseranno molto nella scelta.

Non dimenticate che con il ricorso all’azione fallimentare tante figure giuridiche, estranee al nostro progetto, interverranno nella vita sociale.

Il Patto di Sindacato ha fatto tutto quello che poteva, ha sensibilizzato le coscienze, ha protestato, ha collaborato, ha presentato proposte, ma ora occorre uno sforzo superiore, un adeguamento strutturale di questo strumento di identità sociale che lo renda più efficace e riconoscibile.

Annibale è alle porte.

Non c’è più tempo per tentennare, bisogna decidere:

Continuiamo insieme in maniera organica ed organizzata oppure ognuno per proprio conto verso un destino segnato che non garantirà lunga vita al nostro Cis?

Dalla risposta di ognuno di Voi dipenderà il futuro.

Emilio D’Angelo

Patto di Sindacato di voto dei soci CIS S.p.A.

 

Hannibal ad portas

Annnibale alle porte: lo dice Tito Livio, narrando il terrore dei romani dopo la vittoria del generale cartaginese a Canne il 2 agosto del 216 a.C…

Una sconfitta che, nel linguaggio quotidiano, viene ricordata come simbolo di una grave umiliazione.

La straordinaria abilità strategica di Annibale determinò la sconfitta dell’imprudente console Varrone che si lasciò attrarre in un terreno favorevole al nemico, perdendo il vantaggio della preponderanza numerica della sua fanteria.

Da sud soffiava un forte vento, chiamato Volturnus, ed Annibale aveva disposto le sue truppe con la fronte rivolta verso nord, così il vento, con i suoi nugoli di polvere, accecò i romani, mentre i cartaginesi lo avevano alle spalle.

Si usa ripetere questo motto quando è in imminente pericolo una comunità.

Nella cronaca quotidiana affiora spesso un Hannibal: il terrorismo, l’inflazione, la depressione economica, la mafia, la droga, il malgoverno, la corruzione, la crisi finanziaria ed ogni altra condizione di disagio umano dei nostri tempi.

 

 

Quel muro che divide il CIS dall’Interporto.

Caro Presidente,

desidero giustificare la mia assenza nel prestigioso convegno che abbiamo avuto l’onore di ospitare nel nostro Distretto, perché non appaia una mancanza di riguardo né un atteggiamento pretestuoso.

Devo confessare con estrema sincerità che ho provato a superare quel muro con tutte le mie forze ed ogni volta che mi sembrava di riuscirvi, quel muro mi respingeva e scivolavo giù con grande delusione.

Tu mi dirai che esisteva un’altra strada per venire al Convegno ed anche quella ho provato a percorrere, ma mi sono smarrito. Troppo lunga quella strada e troppo distante dal CIS.

Oggi si parlerà di zona Franca con l’autorevole intervento dei maggiori esperti del settore.

Sarà sicuramente un successo, ma questo convegno non ci appartiene perché Tu hai escluso con dichiarazioni precise che il CIS partecipi al progetto zona Franca.

Lontano è il tempo di un’assemblea CIS dedicata unicamente al progetto zona Franca, l’unico in grado di consentire una ristrutturazione funzionale del Centro.

In quell’occasione trecento soci risposero con entusiasmo ma il progetto esecutivo non è stato mai presentato.

Forse è quello che stai realizzando con il consenso del ceto bancario in un’area CIS di circa 100.000 mq , ma anche in quel caso la festa non ci appartiene.

Il prof. Uckmar ha tracciato la strada con grande lucidità ed sottolineato che zona Franca non è solo un contenitore per il transito delle merci, ma, soprattutto, un forte elemento di coagulazione ed integrazione di potenzialità commerciali che spaziano dal mondo della produzione a quello della distribuzione.

Il prof. Uckmar ha individuato nella zona Franca una capacità creativa di risorse e sviluppo imprenditoriale che può solo portare benessere in un territorio.

Scusa, Gianni, ma cosa è stato il CIS nel primo ventennio?

Con sempre viva cordialità

Emilio

 

Convegno della Fondazione Antonio Uckmar nel Distretto CIS – Interporto – Vulcano.

Venerdì 24 ottobre si apre il convegno organizzato dalla Fondazione Uckmar nell’ambito del progetto di confronto sui temi di diritto e pratica tributaria che abitualmente si svolge nelle principali città ed università italiane con la partecipazione di illustri docenti, professionisti ed esperti del settore.

Il tema del convegno è ” IL MARE E IL FISCO “.

Nella prima giornata di lavoro verranno affrontati vari aspetti relativi alla tassazione relativa all’organizzazione dei servizi marittimi ed alla regolamentazione delle concessioni demaniali portuali.

Nella seconda giornata, sabato 25 ottobre, verrà approfondita l’opportunità delle “zone franche” nell’ambito dello sviluppo delle attività portuali, le prospettive dei territori interessati, il ruolo della dogana e tutti gli aspetti connessi all’applicazione dei dazi doganali.

Una splendida occasione per la nostra regione in un momento particolare nel quale si avverte con chiarezza un desiderio di riscatto da un periodo mai così buio della nostra vita economica.

Mi ha profondamente colpito la dedica che il prof. Uckmar ha riservato al territorio di Nola.

Nella sua presentazione ha detto:

Per una volta, vorrei iniziare la presentazione del convegno non dalla descrizione delle relazioni e dei temi che tratteremo, quanto,piuttosto dal luogo che ci ospita.

Questa scelta è dettata dal desiderio di rendere merito al Sud Italia, che qui oggi vi dimostra di poter competere con il Nord, non solo d’Italia: il distretto di Nola rappresenta un successo forse nemmeno sperabile quando i promotori lo hanno immaginato.

Gli investimenti nella logistica riescono ad attrarre oltre ai traffici delle merci, spesso sottovalutati perché considerati solo beni in transito, un enorme sviluppo per le attività “di terra” che vanno dalla trasformazione alla commercializzazione.

Il nostro territorio, grazie alla sua posizione geografica, alle antiche tradizioni mercantili, alla capacità di relazione umana e culturale, è l ‘ideale per sviluppare un progetto serio ed affidabile di impresa internazionale, nel segno dello stile italiano.

Noi, soci del CIS, abbiamo avuto l’onore di ospitare, circa due anni fa, in una nostra assemblea il prof. Uckmar ed abbiamo apprezzato non solo la Sua competenza ma, soprattutto, la Sua  grande umanità.

Ora che ritorna nel nostro distretto, vogliamo esprimere i sensi della profonda gratitudine per l’onore che ci attribuisce con la Sua scelta e le Sue nobili parole.

Il popolo del CIS non dimentica ma scolpisce nel cuore e nella memoria questo straordinario messaggio di stima e di affetto per la nostra Terra.

Benvenuto professore, a Lei ed a tutti gli illustri relatori del Convegno.

Emilio D’Angelo

Patto di Sindacato di voto dei soci della CIS S.p.A.

Il silenzio del CIS

Le recenti pubblicazioni di articoli dedicati alla situazione finanziaria del CIS e Interporto Campano, avrebbero meritato un intervento di chiarificazione da parte dell’organo amministrativo.

Come è possibile consentire che si affermi genericamente  l’idea che “ CIS e Vulcano debbano essere salvati da Punzo, impegnato ad affrontare una debitoria di 700 milioni”.

Questo è stato pubblicato sul Corriere della Sera il giorno 8 di ottobre e ribadito da ” il Mattino” il giorno successivo con maggiore accentuazione per la rinegoziazione del mutuo.

Continuo a domandarmi: dove nasce la notizia e perché è così confusa e generica?

CIS, Interporto Campano, Cisfi, Vulcano sono società autonome, collegate attraverso un sistema di partecipazione, di differente consistenza, con un radice comune, ma indipendenti.

CIS è una società per azioni di carattere consortile.

Ha raccolto il proprio capitale tra circa trecento aziende socie che partecipano pro quota in proporzione ai metri quadrati posseduti a qualsiasi titolo.

Quando nacque il CIS, inaugurato nel 1986, il titolo che attribuiva il possesso di un immobile commerciale era quello di ” promittente acquirente”.

Successivamente, per consentire l’utilizzazione comune dei benefici concessi dalla Legge 41, si trasformò tale condizione in quella di utilizzatore di un contratto di leasing immobiliare con diritto di riscatto.

Il compianto notaio Canio Restaino introdusse nel contratto una definizione di alto valore morale:

“i contraenti consacrano nel presente contratto tutti gli accordi preesistenti”.

Se le parole hanno un significato, quegli accordi, seppur consacrati, non si sono ancora realizzati.

La scadenza originaria del contratto di leasing per il vecchio CIS, circa duecento aziende, era fissata al 31.10.2002 e per quelle dell’ampliamento al 2008.

Oggi dopo dodici anni quante aziende hanno avuto la possibilità di esercitare il diritto di riscatto?

Quante manipolazioni, rinvii, eccezioni, variazioni ha subito il contratto di leasing consacrato.

Un complesso contratto di mutuo ha indebitato nel 2004 un CIS maturo, che aveva un indebitamento, in testa alle singole aziende, assolutamente marginale, considerato che il piano di ammortamento dell’ampliamento risultava concluso per il vecchio CIS e si sarebbe concluso nel 2008 per l’ampliamento.

Il finanziamento fu concesso da un Pool di banche, con capofila UNICREDIT, alla CIS S.p.a. per un importo di 270 milioni di euro e fu ripartito fra le aziende socie richiedenti in ragione di un massimo di 500.000 euro ogni 500 mq.

Il contratto di mutuo principale è stato sottoscritto da CIS e banche in Pool, mentre il rapporto a valle tra le singole aziende mutuate e CIS è stato regolato da un contratto di sub mutuo.

Al 31 dicembre 2012 CIS aveva rimborsato circa 179 milioni di euro, parte quota interessi e parte quota capitale ed ha sospeso, d’accordo con il ceto bancario, i versamenti per circa trenta mesi, a far data dal gennaio 2012,  al fine di pervenire ad un accordo transattivo. Tale accordo avrebbe dovuto prevedere la pianificazione dell’incaglio determinato dall’inadempimento di alcune aziende, circa il 30%, nonché la transazione sugli interessi per anatocismo, per un valore stimato di circa 30 milioni di euro.

CIS versa al ceto bancario le rate di mutuo, che si conclude fra cinque anni, con rate semestrali ed incassa le quote dalle singole aziende con rate mensili.

Il flusso di cassa dovrebbe rappresentare una partita passante; purtroppo la sospensione dei pagamenti ha avuto effetto solo nel rapporto CIS / Banche non in quello CIS / Soci sub mutuati.

Questo ha generato una evidente discrasia nel rapporto individuale di mutuo e sub mutuo poiché i soci adempienti, circa il 70%, hanno versato trenta rate mensili che non sono state riversate a riduzione della propria debitoria e quelli inadempienti hanno gravato sul sistema finanziario della società per le rate precedenti alla data di sospensione, nonché per gli oneri condominiali non corrisposti.

Il CIS ha dato in garanzia ipotecaria i singoli cespiti dei soci mutuati ed ha trattenuto in pegno il contratto di leasing immobiliare, differendo ulteriormente il termine di riscatto a completamento del piano di rimborso, ovvero fra cinque anni.

Una parte consistente delle somme incassate per le rate di sub mutuo, sono state destinate a finanziamenti ad Interporto Campano nell’esercizio 2012 in maniera prevalente ed in piccola parte nel 2013, come risulta dagli ultimi bilanci d’esercizio.

La società è rientrata in possesso di circa 20.000 mq ed ha attivato la procedura di ricorso di fallimento contro un congruo numero di aziende inadempienti.

Allo stato l’importo del credito per i finanziamenti ad Interporto Campano, compreso interessi, il prevedibile accordo sulla riduzione degli interessi determinati dall’anatocismo, le rate incassate dalla società in periodo di sospensione, avrebbero dovuto consentire una più agevole manovra sullo scaduto, se fosse stata prevista anche una rimodulazione del piano di rimborso residuo per le aziende in sofferenza.

Perché la manovra prende tanto tempo?

Tiene conto solo della debitoria del CIS?

Un chiarimento è necessario: a chi è attribuita la dichiarata debitoria di 700 milioni di euro? Certamente non alla CIS S.p.A.

Non si possono mettere insieme posizioni e problemi distinti senza danneggiare interessi differenti.

CIS è una società costituita da aziende operanti nel settore della distribuzione all’ingrosso e non si occupa di investimenti ma solo di servizi e, quando  CIS, perde, perdono le singole aziende e rischiano la sopravvivenza, se va in crisi il Sistema commerciale.

Il valore immobiliare è strettamente funzionale all’attività d’impresa per patto consacrato.

L’Interporto, invece, è una società controllata da Cisfi e da altri soci azionisti, in prevalenza banche.

Il capitale della Cisfi è stato raccolto prevalentemente nel nostro ambiente, ma è completamente autonomo, salvo che per una partecipazione attiva  del CIS al capitale stesso.

Se l’Interporto perde, perdono gli investitori della Cisfi, Banche ed altri soci finanziari non certamente le imprese che operano in quella sede.

Su questa manovra occorre fare chiarezza. Le Banche non possono continuare a guardare al CIS come parte di un tutto, e rinviare una soluzione autonoma che rispetti l’identità consortile della nostra società.

E’ giusto salvaguardare il proprio investimento, ampiamente garantito da ipoteca immobiliare, ma occorre lasciare un margine ai singoli soci per mettere in sicurezza l’investimento immobiliare, funzionale alla propria impresa.

La responsabilità individuale è un interesse comune ineludibile.

Non vogliamo risparmiare qualcosa, come è stato scritto, non chiediamo pietà, chiediamo equità ed ascolto né siamo disposti a sacrificare la nostra identità sociale sull’altare dei massimi sistemi.

Il muro di silenzio deve essere abbattuto, perché, tra incertezze e rinvii, non troveremo mai la strada per uscire da questo doloroso tunnel.

Il dialogo fra base e vertice è necessario ma deve produrre effetti, non può ridursi ad un aspetto formale di ascolto che non incide in alcun modo sull’impianto strategico della soluzione.

Abbiamo presentato una proposta completa che prevedeva non solo il frazionamento del mutuo e l’allineamento delle posizioni contabili dei singoli soci con gli importi effettivamente versati a riduzione del proprio debito garantito da iscrizione ipotecaria, ma anche una rimodulazione del piano di rimborso per quelle aziende socie che avessero avuto la necessità di differire il termine di scadenza.

Abbiamo suggerito di rilanciare l’attività di collocazione degli immobili disponibili per realizzare un graduale cambiamento di utenza che poteva essere favorito da una praticabile modifica della destinazione d’uso.

Nulla si muove in questa direzione, il progetto di sistemazione sembra  teso esclusivamente a realizzare un inventario di 100.000 mq da consegnare al ceto bancario e non sarà un’operazione indolore.

Questo è il prezzo da pagare al ceto bancario per ottenere la disponibilità del finanziamento effettuato a favore di Interporto, necessario per allineare le posizioni dei soci adempienti.

Senza rimodulazione del piano di rimborso e rilancio dell’attività di collocazione non esiste alcuna speranza di sfuggire a questo destino di frammentazione del CIS.

Spero di sbagliare ma non raccolgo alcun segnale nella direzione auspicata.

Il CIS tace , ma è un silenzio eloquente e non vorrei restare da solo a gridare:

Lunga vita al CIS

Patto di Sindacato di voto dei soci della CIS spa

Emilio D’Angelo

Comunicato Stampa: “Questo è il CIS”

“Punzo al tavolo con le banche per salvare CIS e Vulcano.”

Corriere della Sera  - Economia-  08.10.2014

“Tassi d’interesse, il CIS di Nola ricontratta i mutui”

Il Mattino –Economia- 09.10.2014

 

Sul “Corriere della Sera” è stato pubblicato un servizio sulla crisi finanziaria del nostro Gruppo che fornisce alcuni spunti di riflessione che possono indurre in errore l’occasionale lettore per la mancata specificazione del nostro complesso sistema societario.

Nel sottotitolo si legge: “Il sistema Interporto è gravato da 700 milioni di debiti”.

Nel testo dell’articolo viene citato Interporto Campano, il centro commerciale Vulcano e la sua controllante Cisfi, mai più viene citato Cis, citato solo nel titolo.

Chi vive dall’interno, sin dal 1986, questa straordinaria impresa, come socio del CIS S.p.a. questa rappresentazione poco rispondente alla realtà societaria non può essere accettata.

Apprezzo e condivido la dichiarata applicazione del Presidente, Giovanni Punzo, in un gravoso  e serio impegno nel tentativo di sbrogliare ” una matassa intricata”.

E’ vero, nasce negli anni 80 dalla geniale idea del Presidente tutto il complesso sistema logistico interportuale nell’area nolana.

Il Cis è il primo insediamento che si dedica specificatamente alla distribuzione all’ingrosso.

Il Centro, inaugurato nel 1986, raccoglie l’adesione iniziale di circa 200 aziende socie distribuite in sei isole.

Successivamente, in seguito ad un ampliamento di ulteriori due isole, il sodalizio sociale venne allargato di ulteriori 100 aziende socie.

La CIS S.p.a. è una società di tipo consortile dove la partecipazione sociale è strettamente collegata al possesso ed all’utilizzo di una struttura commerciale nel centro.

Il rapporto è regolato da un contratto di leasing con diritto di riscatto che è stato esercitato solo da un limitato numero di aziende socie.

La maggioranza delle aziende, per aderire alla proposta di finanziamento sull’immobile ha differito il termine dell’esercizio del diritto di riscatto sino alla scadenza del contratto di sub mutuo, prevista fra cinque anni.

La partecipazione azionaria è proporzionata ai metri quadrati posseduti.

Una formula organizzativa che custodisce il vincolo di appartenenza collegato all’attività delle singole imprese, impedendo ogni forzatura speculativa di tipo immobiliare.

Un vero bunker che protegge la natura di sviluppo commerciale delle varie imprese.

La forza del Cis risiede nella varietà dei soci, nell’intraprendenza commerciale, nella capacità di autogoverno che dipende da una formula societaria genuinamente consortile.

Il valore immobiliare dei capannoni è essenzialmente funzionale all’attività d’impresa.

Per oltre un ventennio abbiamo partecipato ad uno sviluppo continuo che ha contribuito alla crescita di tutto il complesso Sistema.

La posizione della CIS S.p.a. è comunque nettamente distinta rispetto ad Interporto Campano, che è solo indirettamente partecipata, attraverso Cisfi, società finanziaria del Gruppo, che ha impiegato tutte le risorse per sviluppare il Sistema di Logistica dell’Interporto Campano.

Non può essere negata una notevole affinità tra le due strutture per l’originaria matrice comune, ancora più accentuata dalla guida comune dell’organo amministrativo.

La problematica finanziaria del CIS è strettamente ed unicamente collegata all’ultima operazione di finanziamento che la società ha offerto alle aziende socie nel 2004.

Le aziende socie che hanno aderito alla proposta sono state finanziate in proporzione ai metri posseduti con un importo pari a circa un terzo del valore dell’epoca.

Un Pool di banche di importanza primaria, con capofila UNICREDIT, ha finanziato l’operazione di mutuo, gestita dal CIS che ha erogato in sub mutuo gli importi previsti ed ha curato la gestione amministrativa di incasso e pagamento.

Gli importi mutuati sono assistiti da garanzia ipotecaria sui cespiti immobiliari intestati al CIS e dal pegno sul contratto di leasing che regola il rapporto di possesso e di utilizzo tra il CIS  e le aziende socie, che hanno rinviato il termine di riscatto sino all’estinzione del mutuo.

L’andamento fisiologico del piano di rimborso avrebbe previsto la gestione di una partita passante dalle aziende socie al CIS e dal CIS al Pool di banche.

Purtroppo la difficile congiuntura economica e finanziaria, la profonda trasformazione del mondo della distribuzione, il gravame dei tassi d’interesse inadeguati all’attuale situazione e qualche incertezza di gestione hanno determinato l’incaglio di alcune posizioni stimate, dall’organo amministrativo intorno a 100.000 mq ovvero ad terzo dell’intero comparto.

L’importo complessivo erogato è stato restituito per oltre la metà del capitale e, se si considerano gli interessi corrisposti, il rimborso è corrispondente a quello finanziato.

Questi elementi sono rilevabili dagli ultimi due bilanci della CIS S.p.A. pubblicati secondo le regole prescritte, dai quali si rileva, altresì, la presenza in attivo di crediti finanziari certi, nei confronti di società partecipata, di consistente importo.

L’organo amministrativo è impegnato con il ceto bancario per raggiungere un accordo di sistemazione attraverso una manovra di rimodulazione del piano di rimborso ed una rinegoziazione del tasso d’interesse.

La manovra per il CIS vale circa 100 milioni di euro, riguarda solo 100.000 mq dell’intero complesso ed è assistita da ipoteca immobiliare per valori almeno quadrupli rispetto all’incaglio specifico, che riguarda solo una parte dei Soci.

Questa è la posizione autonoma del CIS S.p.a. e, considerata la varietà e la vastità del contesto sociale, non rappresenta un insormontabile ostacolo ad una sicura ripresa dell’intero Centro, pur conservando una consapevole preoccupazione per la complessiva evoluzione dell’intera vicenda finanziaria.

Questa distinzione non è una presa di distanza rispetto ad Interporto Campano, al quale siamo legati da un vincolo di appartenenza morale perché una consistente quota partecipativa di Interporto Campano, attraverso Cisfi, società finanziaria del sistema, è stata raccolta fra gli stessi soci del CIS, che hanno creduto in un prestigioso progetto.

Occorre, però, chiarire la diversa ed autonoma struttura sociale ed i termini circoscritti dell’indebitamento in capo al CIS, ampiamente garantito dall’ipoteca immobiliare e dalla complessiva tenuta del complesso associativo, per quantità e qualità dei soci.

Voci più autorevoli della mia integreranno queste osservazioni per quanto di competenza delle altre società del Gruppo.

Vorrei solo aggiungere che citare insieme l’indebitamento complessivo del Gruppo può indurre in errore l’opinione pubblica ed il mondo economico, rappresentando una realtà deformata di una struttura consortile di imprese distributive di assoluto valore morale e sostanziale con fondate radici nella tradizione mercantile meridionale.

Spero che l’organo amministrativo voglia richiedere una necessaria rettifica agli organi di stampa che, in perfetta buona fede, hanno pubblicato gli articoli in oggetto.

Emilio D’Angelo

Patto di Sindacato di voto della CIS S.p.A.

L’amaro prezzo della dignità.

Cari soci,

questo è l’articolo che non avrei mai voluto scrivere, ma non posso evitare di affrontare un tema che coinvolge l’onore e la dignità di un impegno svolto sempre con onestà, coraggio e correttezza nell’interesse di tutto il contesto sociale del nostro CIS.

Lunga vita al Cis  non è uno slogan pubblicitario ma il grido di dolore di un popolo di imprenditori che ama il proprio lavoro e difende l’integrità del CIS con ostinata determinazione.

Abbiamo affrontato con trasparenza tutti i problemi che affliggono il nostro consorzio, nulla è stato taciuto, ricercando la strada del confronto, anche aspro, ma sempre corretto.

La nostra attività è testimoniata da 93 articoli pubblicati su questo blog e molteplici interventi in assemblea, registrati a verbale nei modi e nei tempi consentiti dalle norme.

Questa voce è stata ascoltata con interesse da circa ventimila utenti del blog ed è l’unico riferimento di ricerca di chi su interroga sulla sorte del CIS.

La responsabilità è grande, non si può trasferire all’esterno una sensazione di sfascio che vive solo nella mente di coloro che alimentano la propria convinzione alla fonte del risentimento personale e della rabbia.

Ho espresso più volte e con forza, il mio parere contrario all’azione fallimentare, che trovo inadeguata alle circostanze per la specificità del rapporto solidale che lega il socio alla società.

Confermo con chiarezza la mia opinione, ma non posso tacere, né mai l’ho fatto, che questo non esclude le precise responsabilità dei soci inadempienti che con il loro comportamento hanno messo a dura prova quello stesso vincolo solidale che li univa alla società.

Questo elemento non è secondario ma essenziale perché tutta la manovra, così come è stata esposta, tende a rimettere in equilibrio le differenti posizioni di tutti i soci per mettere in sicurezza i legittimi diritti e le aspettative dei soci che hanno rispettato gli impegni assunti con regolarità.

Il piano prevede l’accollo da parte del ceto bancario dei finanziamenti che il CIS ha erogato ad Interporto Campano e queste somme saranno  utilizzate proprio per mettere in equilibrio le posizioni dei soci adempienti che risultano sfasate per la perdurante sospensione delle rate di mutuo scadute nel rapporto CIS- Banche.

In parole semplici quelle somme vengono destinate nella stessa direzione dalla quale provengono.

Tutta la controversa polemica che si articola sulla questione, in relazione alla legittimità e all’opportunità di deliberare quei finanziamenti, non riguarda certamente i soci inadempienti, ma esclusivamente quelli adempienti che si ritrovano nella condizione di non vedere imputati i propri versamenti a riduzione del proprio debito, garantito da ipoteca sul proprio capannone.

Ecco perché il Patto di sindacato ha proposto il frazionamento individuale del mutuo secondo un criterio di responsabilità diretta che superi un vincolo di solidarietà troppo asfissiante.

Allo stesso modo, nell’interesse generale, ha proposto una rimodulazione del piano di rimborso con allungamento di almeno cinque annualità, per tutte quelle aziende socie che, a causa della perdurante congiuntura critica dell’economia a livello globale, hanno interesse a recuperare una condizione di regolarità.

Abbiamo, altresì, proposto di sospendere l’attività giudiziaria sino alla definizione della manovra per consentire un recupero anche delle situazioni più delicate.

Nell’ambito del complesso problema dell’anatocismo, abbiamo proposto un intervento immediato per la rinegoziazione dei tassi d’interesse per agevolare il rientro dalla condizione di inadempienza del maggior numero di soci.

Infine, abbiamo proposto di pervenire ad una soluzione concordata per il rilascio dei capannoni da parte dei soci che non si trovano in nessuna delle condizioni esposte innanzi ed evitare il ricorso all’azione fallimentare.

Questo principio potrebbe essere applicato, ove possibile, anche per quelle aziende socie già sottoposte all’azione fallimentare.

Questa la nostra azione politica con risultati affatto modesti.

Nel CIS per la prima volta in circa un trentennio, si è costituita un’assemblea consapevole e partecipe che conosce i problemi e li affronta. Nessuna frammentazione o manipolazione è praticabile senza il consenso dell’assemblea.

Il dialogo è attivo ma il confronto risulta ancora troppo lento e scarsamente partecipativo.

La previsione per la chiusura della manovra, come ha dichiarato il Presidente, non supera fine novembre e le nostre proposte sono al vaglio dei tecnici.

Abbiamo richiesto la convocazione di un’assemblea informale per una risposta più puntuale ai numerosi interrogativi.

Non  possiamo e non vogliamo  impedire a nessuno qualsiasi azione di tutela di interessi legittimi, ma non possiamo assecondare un tentativo di destabilizzazione che si fonda sul risentimento personale.

Negli ultimi giorni sono stato oggetto di un attacco personale da soci anonimi che mi accusano di ” omertà ” di mancanza di coraggio, o ancor peggio di interesse personale per non aver posto in essere una denuncia in Procura.

Sono gli stessi soci che appena qualche giorno addietro mi esaltavano per il mio impegno appassionato.

Hanno parlato nell’unico contesto che ha dato spazio alla loro protesta, pur non condivisa nei modi e nelle forme e mi accusano di omertà , quando se si parla di CIS, nessuno ha pubblicato tanto e con chiarezza quanto questo blog.

Non ho mai manifestato, in nessuna sede, nemmeno la larvata minaccia di ricorrere in Procura, anzi ho sempre dichiarato: Fuori dai Tribunali e valeva per tutti senza distinzione.

Il coraggio ho dimostrato d’averlo quando ho affrontato i problemi in assemblea con chiarezza, quando, pur non avendo alcun interesse diretto alla vicenda finanziaria, mi sono impegnato con enorme sacrificio personale in centinaia di riunioni con la società ma soprattutto con i soci.

Ho ricevuto decine di professionisti, ho mediato e continuo a farlo per tantissimi soci. Nessuno ha trovata la mia porta chiusa, per ognuno ho trovato il tempo di abbandonare il mio lavoro e dare udienza alle loro preoccupazioni.

La verità è un valore relativo, ciascuno si costruisce la propria secondo il suo punto di vista e,talora, secondo il suo interesse.

Voi vi siete costruiti la Vostra verità , tocca a Voi correre in Procura a rappresentarla dopo aver sentito il Vostro avvocato.

Io, con coraggio, continuo a battermi per una Lunga Vita al CIS  e spero che questo augurio valga anche per Voi.

Con grande rammarico e profonda amarezza

Emilio D’Angelo

 

 

 

 

 

 

 

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