Politica industriale del distretto CIS – INTERPORTO

L’attuale congiuntura economica sta riaffermando una forte influenza del privilegio dei poteri finanziari nel governo del mondo.

Non voglio andare lontano ma ricordo a tutti che la crisi ebbe origine proprio negli Stati Uniti con il fragoroso dissesto del mercato finanziario, inquinato dai titoli “spazzatura”.
Fu la clamorosa sconfitta della finanza “creativa”.
Nulla succede, in qualsiasi Paese del mondo senza produrre influenza in altri Paesi.
Noi in Europa, con particolare riflesso per le economie più deboli, siamo stati costretti ad adeguare le politiche finanziarie a protezione del sistema bancario.
Nell’attuale momento storico il sistema bancario assiste il mondo economico con criteri severissimi nell’affidamento e qualsiasi banca, anche lo sportello sotto casa, predilige la gestione del portafoglio privato, i servizi, l’area mutui, il prestito al consumo, le carte di credito e quant’altro rappresenti movimento finanziario senza incidere nell’economia delle imprese.

Come si può pensare che, nell’attuale contingenza economica , il mondo bancario non guardi con attenzione al progetto industriale del nostro distretto ed ai risultati dei bilanci degli ultimi tre esercizi?

Qual’è il disegno strategico del nostro distretto?

Non basta mettere in evidenza solo il grave impatto sociale della crisi di un distretto che rappresenta una parte importante del PIL della Regione Campania.
Occorre discutere di progetti per il futuro e rivedere gli errori del passato, esaminando i bilanci delle diverse società.
Appare evidente che il ceto bancario tende a guardare al nostro distretto nel suo complesso perché il governo dello stesso é sostanzialmente esercitato dallo stesso manager, il cav. Giovanni Punzo.
Non esistono altri interlocutori e l’unico contrasto può essere esercitato con efficacia solo dal sig. Giovanni Cacace, presidente del Cisfi, società che detiene la maggioranza azionaria dell’Interporto Campano.
Il CIS è una società per azioni con un forte frazionamento delle quote possedute da trecento imprenditori che hanno affidato ad un manager la gestione fiduciaria della compagine per gestire un insediamento produttivo di imprese.
In parole semplici, i soci hanno altro da fare e lasciano fare!
Per il socio il Cis è solo il guscio nel quale custodire e costruire il proprio lavoro.
Per circa un ventennio il CIS ha consolidato una crescente affermazione del consorzio di imprese che hanno fatto sistema con straordinari risultati che hanno consentito la raccolta e l’investimento di capitali nel territorio, attraverso Cisfi ,in un primo momento, e più avanti attraverso la fondazione della Banca Popolare di Sviluppo.
C’è stato nel 2004 un profondo cambiamento del progetto industriale del distretto, che si è fortemente impegnato a sostenere lo sviluppo immobiliare intrapreso nell’area Interporto-Vulcano, con grandi investimenti, finanziati in gran parte dal ceto bancario.
Quello è stato il momento nel quale il CIS si è identificato nel suo manager, Gianni Punzo, e con inconsapevole leggerezza ha propiziato il progressivo logoramento della intima natura consortile del nostro comparto distributivo.
La manovra di rifinanziamento varata fondò la prevalente garanzia nel CIS, nel suo alto valore immobiliare, tanto è vero che la stima di affidare 500.000 euro per ogni 500 mq corrisponde ad un valore peritale  di un milione di euro per ogni singolo lotto.
Dove sono finiti questi valori in circa dieci anni?
Nel contiguo Interporto.
Attraverso il trasferimento di decine di imprese del CIS in Interporto.
Attraverso finanziamenti diretti, strutturali ed abituali di CIS ad Interporto.
Attraverso la concentrazione del potere amministrativo nella Sede interportuale.
Attraverso lo spostamento in sede interportuale di tutte le risorse umane in forza al CIS.

Non è un disegno maligno, ma un progetto industriale di sviluppo della area logistica in un manager che da tempo non crede più nel commercio.

Questo è il problema serio!

Voi, miei soci del Cis, che confidate nella manovra finanziaria che il Presidente vi ha annunciato il 29 maggio 2014 con il frazionamento dell’ipoteca in due tronconi, ebbene Voi che Vi aspettate?
Il ceto bancario, fortemente impegnato in Interporto, non ha alcun interesse a salvaguardare l’integrità del CIS e la sua struttura consortile.
Proprio su quella struttura consortile il ceto bancario aveva fondato la garanzia dell’ipoteca immobiliare con un’operazione finanziaria di raffinata ideazione.

Io Vi domando:

Siete veramente certi che il destino del CIS debba rimanere affidato unicamente ai tecnici delle società di consulenza finanziaria e all’attuale consiglio d’amministrazione?

Voi siete veramente certi che non avreste il diritto almeno di sapere quali sono i consiglieri attualmente in carica e se esistono e sono emersi casi di incompatibilità nell’assumere decisioni che attengono alla gestione dell’indebitamento societario?

Voi siete veramente certi di non aver diritto di sapere un momento prima della firma dell’accordo, cosa firmiamo?

I risultati d’esercizio degli ultimi tre anni, in tutte le società del distretto, risultano, quasi nella totalità, con segno negativo.
Vi siete mai chiesto se questo dipende solo dalla crisi congiunturale in atto, oppure se esiste qualche carenza nel progetto industriale del distretto?

Vi siete mai domandato qual’è il Vostro progetto industriale per il CIS?

Forse preferite vivere alla giornata e non vedere il vuoto intorno a Voi fino a quando quel vuoto sarà ” occupato” anche da noi.

Approfondiremmo il Progetto industriale del Cis nel prossimo articolo , intanto:

Lunga vita al CIS …. dipende da noi!

Ritorno a casa: Back reshoring.

Back reshoring.

Il lavoro torna a casa.

Domenica 17 maggio é stato pubblicato su ” Il Mattino”  un bellissimo articolo a firma di Antonio Galdo che illustra un positivo fenomeno di rientro in Italia di molte produzioni che erano state trasferite all’estero.
L’Italia è al primo posto nell’Unione europea per il Back Reshoring.
Qualche giorno fa il rappresentante della Samsonite, presentando i dati di bilancio ha annunciato di voler portare in Italia alcune produzioni, mentre sinora aveva insediato nel nostro Paese solo la programmazione e lo studio del design.
La motivazione: ” il Made in Italy é un vero marchio che può creare valore aggiunto al nostro prodotto.”
É un segnale importante, convalidato da tante altre imprese che stanno tornando a casa.

Chi torna?

” In prima fila ci sono grandi marchi del fashion di gamma alta, Prada, Ferragamo,Furla, Gta Moda, alle loro spalle importanti aziende meccaniche, dalla Global Garden Products alla Beghelli, e nomi di rango del settore alimentare, come il Tonno Asdomar.
Alcune aziende hanno già effettuato scelte radicali, la Fiamm, leader europeo nelle batterie per auto, ha chiuso la sua fabbrica in Repubblica Ceca e l’ha riaperta ad Avezzano; la Aku, società veneta che produce scarponi da montagna, ha smontato la fabbrica in Romania e l’ha rimessa a Montebelluna.”

Questo fenomeno di ritorno interrompe quella fuga all’estero delle imprese italiane che hanno inseguito una politica di competitività, fondata sul principio che un costo lavoro più basso poteva consentire di offrire sul mercato tariffe ad un prezzo più appetibile.
Molti elementi stanno determinando questo ripensamento sull’opportunità di produrre all’estero.
Il primo e determinante elemento é che l’incidenza  della mano d’opera sulla qualità del prodotto finito non è ininfluente.
L’uomo che interviene nella creazione e nella trasformazione apporta un contributo determinante con la sua esperienza, la sua cultura produttiva, la genialità e la tradizione.
Il Made in Italy non si inventa in pochi anni, al massimo si imita, ma non é la stessa cosa.
Si deve,poi, considerare il fattore ‘Paese’.
Il nostro é un Paese ideale per svolgere attività d’impresa se riusciamo a liberarci dal vizio atavico dell’auto denigrazione.
É vero, altri Paesi hanno una struttura sociale che rende il costo del lavoro più competitivo, ma chi possiede la nostra cultura sociale, chi possiede la stessa genialità e determinazione, chi gode del favore di un ambiente naturale e condizioni climatiche come il nostro?
Oggi in Italia abbiamo conosciuto il drammatico impatto con una crisi profonda che ha privato i giovani, bravissimi giovani, di ogni opportunità di lavoro.
Dobbiamo trovare la forza di riproporre al centro dell’impresa l’uomo, l’italiano, non il profitto, quello verrà di conseguenza.
Vorrei, inoltre, riproporre la forza straordinaria dei distretti di produzione che deve riprendere centralità nel rilancio della produzione di eccellenze nostre, proprio nostre.
Io opero da quattro e più generazioni nel tessile.
Pensate che mio figlio non abbia qualcosa in più se esercita lo stesso mestiere del padre, del nonno e del suo bisnonno?
Per me, a circa settant’anni, la viva memoria dei più bei distretti del tessile, crea una sincera emozione.
Biella, Como, Prato, il Veneto, la Lombardia, sono ancora vive ed hanno scritto pagine bellissime nella storia del tessuto.
Da quelle pagine é nato il fashion italiano, le grandi firme di sartoria di alta moda, la creatività di uno stile italiano, un vero primato internazionale, conteso solo dai francesi.
Noi soci del CIS di Nola non riusciamo ad avvertire più la straordinaria forza del nostro distretto che ha unito in un unico polo distributivo le più belle aziende del nostro territorio, proprio nel settore tessile, integrato dal più ampio concetto di moda italiana.
Da noi sono nati importanti gruppi di produzione e distribuzione in tutti i settori.
Il mondo della distribuzione é cambiato profondamente, non esiste più il grossista ma il converter, ovvero l’impresa che inventa il prodotto, ordina la produzione, organizza la distribuzione e cura con ossessione il servizio.
Abbiamo un’occasione unica per ripartire esaltando il concetto di distretto, vivendo autenticamente lo spirito consortile che, sinora, ci ha distinto più dal punto di vista immobiliare che da quello imprenditoriale.
Possiamo e dobbiamo vivere in sinergia, attraverso un confronto costante e iniziative comuni di sviluppo, sostenendo i giovani con la nostra esperienza.
Questo è il mio sogno, non vorrei mai disperdere la mia esperienza perché sarebbe un imperdonabile errore.
Facciamo uno sforzo ed abbandoniamo uno sciagurata tendenza a parlare di Cis solo come un investimento immobiliare o finanziario, errore fatale.
Torniamo a casa anche noi, torniamo alla nostra casa di lavoro, quella che ci ha unito circa trent’anni fa, perché credevamo nelle nostre imprese e le abbiamo coltivate con grandi sacrifici.
Dobbiamo ripartire? É difficile?
É più semplice che tornare in Italia dalla Cina, dalla Repubblica Ceca o dalla Romania?
Noi forse valiamo meno?

Azione legale, i pro e i contro.

Il 29 maggio 2014 ha segnato un confine invalicabile fra il socio e l’organo amministrativo.
In quella assemblea il Presidente tracciò una riga netta nel nostro contesto sociale, proponendo un frazionamento ideale: da una parte i soci adempienti, dall’altra i presunti morosi.
Alla sempre imminente manovra, affidata a consulenti specializzati, veniva attribuita la capacità di risolvere la crisi finanziaria.
Intanto, rimaneva invariata la strategia giudiziaria della società per ottenere, attraverso l’azione fallimentare, la disponibilità dei lotti detenuti dai soci morosi.
Si doveva arrivare a quota 100.000mq per ottenere uno storno dal debito di 100 milioni di euro.
Anche la gestione patrimoniale del gettito derivante dai rimborsi di quote di sub mutuo non subiva alcuna variazione.
La società continuava ad incassare le quote dai soci adempienti senza riversarle al ceto bancario, così come già faceva dal dicembre 2011.
L’unica variante all’abituale orientamento amministrativo si può individuare solo nel progressivo abbandono della illegittima politica di destinazione verso Interporto dei fondi versati dai soci adempienti a riduzione della propria esposizione ipotecaria.
Questo è l’unico merito che si può attribuire all’azione del Patto di Sindacato di voto dei soci Cis.

É evidente che questa situazione di fatto, evidente ed incontestabile, ha determinato la crescita esponenziale del contenzioso giudiziario, in sede fallimentare e fra i soci adempienti, incerti nella sicurezza dei propri pagamenti.

Non ho mai taciuto che questa situazione nasconde grandi rischi che sinora non si sono realizzati per il senso di grande responsabilità delle istituzioni preposte alla vigilanza.
Il grande allarme sociale che investe chiunque quando si parla di Cis, di trecento aziende vincolate da un unico destino consortile, dispone a preferire una soluzione politica nell’ambito societario.
Non si dimentichi, inoltre, il grave impatto con la clausola compromissoria che impedisce il ricorso al giudice naturale ed obbliga il socio a richiedere un lodo arbitrale, con notevole aggravio di costi e spese legali.
Ecco perché ho deciso di presentarVi uno stralcio delle corrispondenza intercorsa con l’avv. Coppola che assiste alcuni soci.
Ho chiesto ed ottenuto licenza di pubblicazione.

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Egr. dr. d’Angelo,

prendo spunto da uno degli argomenti affrontati nel corso dell’ultima riunione e Le sottopongo alcune riflessioni sulla possibilità che i soci adempienti versino direttamente ad Unicredit, Banca mutuante capofila, le rate di mutuo che matureranno fino alla scadenza.

Tale possibilità è data, a mio avviso, dall’art. 6 del contratto di sub mutuo, dove è detto che il credito del Cis verso i sub mutuatari è stato ceduto in garanzia ad Unicredit, quale banca capofila e mutuante verso il Cis.

Se non ho male inteso, nel periodo iniziale di ammortamento dei sub mutui il pagamento delle rate è avvenuto con versamento su un conto intestato ad Unicredit e questa circostanza, se esatta, dimostrerebbe che i sub mutuatari si sono accertati del perfezionamento del negozio di cessione, che peraltro avevano in precedenza autorizzato, e ne hanno sempre avuto legale scienza, a prescindere dalla comunicazione richiamata nell’art. 6 del contratto, che pure penso ci sia stata.

In forza di tale cessione di credito i sub mutuatari, debitori ceduti, avrebbero dovuto pagare esclusivamente al Cessionario del credito, per essere liberati della relativa obbligazione: Art. 1246 codice civile.

Mi sembra altresì evidente che un serio se non determinante argomento difensivo dei soci sottoposti all’istruttoria pre fallimentare è rappresentato proprio dal fatto che il Cis non è legittimato a ricevere il pagamento del credito che ha ceduto.

Tralasciando per il momento la questione del recupero di tutte le somme incassate dal CIS nonostante la cessione del credito, un fatto è certo: la Banca deve ricevere i pagamenti direttamente dai soci i quali, peraltro, per lo stesso motivo, non possono essere esclusi dal tavolo delle trattative per un qualsiasi accordo.

Da ultimo Le segnalo il fatto che la costituzione in mora del creditore Banca non può avvenire attraverso una semplice comunicazione di intervenuto pagamento al CIS perché la mora credendi nasce solo a seguito di offerta reale della somma a mezzo ufficiale giudiziario: Artt. 1206 e 1207 codice civile.
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Egregio avvocato,
ho letto con attenzione le sue osservazioni e le trovo molto interessanti.
Lei capisce che esiste comunque una grande preoccupazione per la sorte del CIS, nella sua natura consortile.
Personalmente non credo che tutta la vicenda possa trovare soluzione per via giudiziaria.
Molto più semplice sarebbe una soluzione politica in sede sociale.
Tanti spunti che Lei ci ha suggerito nell’ultimo incontro, confermano il mio orientamento.
Una nuova strategia societaria, tesa a tutelare i soci nel rapporto controverso con il ceto bancario, darebbe sicurezza a tutto il contesto sociale.
Spero che i soci prendano consapevolezza della necessità di un profondo cambiamento dei criteri di amministrazione.
Siamo ancora in tempo, almeno per poco.
Un cordiale saluto.
Emilio D’Angelo

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Egr. dr. D’Angelo,

ho letto la risposta e la ringrazio per le sue considerazioni, sempre chiare, puntuali e conferenti.

Vorrei solo precisare che non ho particolare propensione per aggredire giudizialmente il Cis, al quale sto solo rivolgendo sacrosante azioni legali a tutela dei diritti dei soci miei rappresentati, con la determinazione che la vicenda merita.

I capannoni pagati dai leasingatari debbono essere loro consegnati liberi da gravami, passati e ed attuali, costituiti a garanzia di un debito altrui.
Per lo stesso motivo, anche in caso di fallimento, stante la natura traslativa del contratto, il bene non potrebbe essere rivendicato dal Cis, ma dovrebbe essere acquisito alla massa fallimentare, previo pagamento del riscatto.
La cessione in garanzia del contrato di sub mutuo è l’unico strumento per consentire ai soci, sub mutuatari e debitori ceduti, di partecipare alla trattativa per definire l’esposizione debitoria del CIS verso il pool di Banche.

Detto in altri termini lo scopo sociale del Cis è rappresentato dalla possibilità per i soci di conseguire la proprietà dei singoli capannoni, liberi da pesi o gravami di sorta, dopo averli pagati attraverso il contratto di leasing.

La natura consortile del Cis è legata alla gestione del Centro ed alle politiche di sviluppo industriale da Lei più volte, con la consueta chiarezza, illustrate.

Le attività immobiliari del CIS sono ormai estranee all’oggetto sociale del CIS, e lo sono sin dalla conclusione dei contratti di leasing, avvenuta nel lontano 2002 per i soci del primo insediamento.

L’unico ineludibile obiettivo è far conseguire, anche sul piano formale, la proprietà dei singoli capannoni ai soci.

La sorte del Cis è legata al raggiungimento di tale obiettivo.

Temo che fino a quando gli Organi rappresentativi del CIS perseguiranno politiche che attengono all’attività immobiliare e finanziaria, i soci, anche quelli adempienti, saranno esposti al pericolo della mancata acquisizione del capannone pagato.

Sta di fatto che la migliore tutela dei soci sul piano giudiziario, a mio avviso, non contrasta con la tutela del CIS in quanto istituzione, che è cosa diversa dai soggetti che la rappresentano e l’amministrano.

Cordiali saluti.

Avv. Pasquale Coppola

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Egregio Avvocato,

ho sempre apprezzato la lucidità della sua azione sul piano legale e trovo non solo legittimo, ma necessario tutelare i soci da eventuali abusi che stanno subendo.
Il terreno di sfida non é stato scelto dai soci, ma dall’organo amministrativo, violando un patto d’onore con un popolo di imprenditori che ha fatto la storia del nostro comparto.
Io sono sempre pronto per la pace, sino all’ultimo minuto, ma sono fermamente convinto che per realizzare una buona pace, bisogna essere pronti anche per una grande guerra.
Non cerco la pace dei deboli, quella generata dalla condiscendenza o peggio dall’accordo di convenienza.
Cerco la pace dei forti, quella generata dalla consapevolezza dei propri diritti e dal rispetto dei propri doveri.
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Lunga Vita al CIS

Il cerchio.

Una bellissima metafora, risalente agli Apostoli, mette in evidenza come tutti noi camminiamo insieme verso Dio.
Allo stesso modo i raggi del cerchio convergono verso il loro centro, con la caratteristica che quanto più si avvicinano al centro, tanto più si avvicinano fra di loro.
Provengono da punti diversi del cerchio, anche distanti fra loro, e forse, talora opposti, attratti misteriosamente dalla ricerca del centro e, intanto, inderogabilmente, per trovare il centro devono avvicinarsi fra loro, sino ad identificarsi in un unico punto.
Cerchio, raggi, punto, sono figure geometriche non argomentazioni opinabili, sono certezze matematiche.
Allo stesso modo si può affermare con certezza che i raggi quanto più si allontanano dal punto centrale, tanto più si allontanano fra loro e ritornano ad essere un insignificante punto del cerchio.
Provate a disegnare un cerchio, indicate un punto centrale e tracciate una serie di raggi, avrete la conferma che la ricerca del Centro unisce, il suo contrario divide.
Se proviamo a trasferire questa ricerca teologica nella nostra realtà sociale, potremmo avere uno spunto di riflessione molto interessante.
Io giro e rigiro ma provo sempre, con assillante affanno, a dare un senso a questo vorticoso momento che stiamo vivendo noi, soci del CIS.
Ci riprovo ancora, profondamente turbato dalla incertezza che ci accompagna da oltre tre anni.
Il CIS non é solo il tempio delle nostre imprese, ma é il centro della nostra vita, perché rappresenta l’ideale sacrosanto di ogni uomo che lotta per affermare la dignità del lavoro e la produttività della sua terra.
Quel martoriato Sud che aveva intravisto, attraverso il progetto del CIS, una possibilità di riscossa, vive da tempo un progressivo logoramento.
Non é vero che al Sud non si possono ottenere risultati duraturi per la dannosa tendenza a riconoscersi solo dietro la bandiera di un ” capo ” che governa tutto.
Ogni uomo ha il suo tempo, può essere un tempo breve o lunghissimo, ma ha sempre un limite.
Nel nostro cerchio noi soci rappresentiamo i raggi che devono tendere al punto centrale, il nostro ideale.
Stentiamo a riconoscerlo? É impossibile, cambiano gli uomini non gli ideali.
Vedo intorno a me un cerchio impazzito, dove ognuno cerca una soluzione fuori dal cerchio e per questo non riconosce la strada.
Nel cerchio si aprono pericolose falle ed entrano interessi diversi e divergenti perché ognuno cerca di salvare solo la sua posizione.
Quei raggi che dovrebbero avvicinarsi , invece si allontanano e ciascuno va per proprio conto.
Questa é la fine dell’ideale consortile che il CIS rappresenta.
Patto di sindacato, consiglio d’amministrazione, assemblea, tribunali, procure, fallimenti, arbitrati, sono tutti strumenti creati dall’uomo e gestiti da altri uomini.
Non contano gli strumenti, da soli non servono a molto, contano gli uomini, con la propria volontà, il sacrificio personale, la lealtà del proprio impegno, il fermo proposito di proporre soluzioni che uniscono, il rispetto dei valori fondamentali della dignità umana.
Questo é il mio progetto per il nostro CIS, non mi interessa chi sarà a guidarlo né la ricerca dei colpevoli della nostra condizione.
Cerco di individuare gli errori, e sono tanti, per evitare di ripeterli non per punirli.
Guardo il nostro CIS e lo vedo solo, abbandonato a se stesso, come una nave senza pilota che non trova più la direzione.
La gente a bordo aspetta solo che arrivi qualcuno per rimorchiarla e corre da una parte all’altra incredula che quella nave maestosa possa dissolversi nel nulla.

Provate a sentire come Vostro il mio progetto, se lo condividete.

 

Il progetto.

La crisi si risolve dove é nata, nella società !

Quali sono i punti essenziali di crisi?

Ho individuato con sufficiente certezza che la crisi del sistema é stato determinato dall’incauto progetto di finanziamento individuale fondato su una garanzia ipotecaria che coinvolge la responsabilità solidale di tutto il patrimonio immobiliare.

La struttura contrattuale ha favorito l’accentuazione della responsabilità collettiva ponendo in evidenza una lunga serie di incongruenze che riemergono drammaticamente in sede giudiziaria.
Il valore del contratto di leasing, virtualmente concluso, attribuisce al Socio la proprietà sostanziale dell’immobile, condizionata esclusivamente dalla ulteriore proroga del termine di riscatto.
Nei fatti il Cis mantiene l’intestazione di un cespite di proprietà dei soci sino al termine ultimo fissato per il riscatto.
Poteva il Cis concedere autonomamente costituire un privilegio ipotecario su un immobile che di fatto apparteneva ad un altro?

Altro punto di crisi é la gestione economica del piano di rimborso, l’applicazione di un diverso regime dei tassi d’interesse e l’imposizione di sottoscrivere contratti su derivati.

Ulteriore punto di crisi é la gestione finanziaria del piano di rimborso che ha subito una marcata alterazione per l’illegittima attività di finanziamenti, abituali e ripetuti, a favore di Interporto, utilizzando risorse destinate al pagamento delle rate di mutuo dai soci adempienti.

Infine la manovra finanziaria prevista è insufficiente e fortemente condizionata dal suo preminente obiettivo: favorire la formazione di un’area da impiegare per un progetto di sviluppo interportuale in ottica di zona franca.

Da quanto esposto in premessa derivano due vistose conseguenze che comportano e comporteranno ancora la diffusione del contenzioso giudiziario.

La prima é la drammatica presenza di un’alta percentuale di aziende socie dichiarate fallite su istanza del CIS.

La seconda é l’indisponibilità di circa 37 milioni di euro da destinare all’allineamento delle posizioni dei soci adempienti.

Potremmo aggiungere tante altre argomentazioni, ma le due esposte sono sufficienti per dimostrare l’inadeguatezza del progetto di manovra alle nostre attuali condizioni.

Quale progetto potrebbe essere più adeguato?

Il Patto di Sindacato ha presentato sin dall’inizio un progetto articolato che succintamente riepilogo.

Frazionamento individuale dell’ipoteca.

In via subordinata e transitoria delegazione di pagamento a favore del ceto bancario per consentire la canalizzazione dei pagamenti a riduzione dell’esposizione ipotecaria dei soci adempienti.

La sospensione dell’attività giudiziaria in sede fallimentare per favorire la pacifica restituzione degli immobili utilizzati dai soci morosi con un meccanismo di tutela dei diritti acquisiti.
In questa fase andrebbe valutata la possibilità di riabilitare le aziende socie fallite, in presenza delle condizioni di legge.

La ricollocazione degli immobili nella disponibilità della società, favorendo la mutazione della destinazione d’uso per incentivare l’interesse commerciale degli stessi.

Un accordo con le Banche per la rimodulazione del mutuo residuo, con allungamento sino a dieci anni.

L’adeguamento del tasso di interesse agli attuali livelli di mercato, a parziale transazione del contenzioso per anatocismo.

Il rifinanziamento della Società attraverso un aumento di capitale e/o un prestito obbligazionario.

Chi potrebbe realizzare questo progetto?

Un consiglio d’amministrazione che raccolga un ampio consenso assembleare formato da componenti che non abbiano alcun conflitto d’interesse con gli obiettivi della società e, soprattutto, che non abbiano alcuna incompatibilità con la carica per inadempimento o contestazioni giudiziarie con riferimento ai contratti di mutuo.
Un consiglio formato da soci e professionisti, anche di riferimento del ceto bancario con ampio consenso.
Questo consiglio dovrebbe avere un preciso mandato a realizzare un progetto condiviso preventivamente dall’assemblea con il gradimento del ceto bancario.
I poteri del consiglio dovrebbero essere delegati esclusivamente ad un comitato esecutivo di tre membri, mai più ad una sola persona.

Qual’é l’alternativa?

Un lungo e doloroso contenzioso giudiziario dal quale il CIS ne uscirebbe frantumato.

Commenti dei soci, proviamo a violare il regime del silenzio.

Cari Soci,

Vi propongo la lettura dei commenti all’ultimo articolo pubblicato.

Vorrei tentare di proporre un confronto a più voci, in un momento della nostra vita sociale caratterizzato da un imbarazzante silenzio….

Commento di Ciro Cozzolino.

Con ampia diffusione sulla stampa nazionale (per tutti: Corriere della sera del 18.01.2015) veniva annunciato l’insediamento di un A.D. di gradimento del ceto bancario, nella persona di Claudio Calabi, alla guida del Sistema CIS/INTERPORTO.
Con la finalità di rilanciare il sistema attraverso la rimodulazione della debitoria bancaria con un ” medio termine”  a cinque anni.
Oggi a distanza di alcuni mesi di tutto questo -insediamento A.D.e rimodulazione del debito bancario- nemmeno l’ombra.
Cosa e’ successo?
Chi pagherà le conseguenze?
Le pagano tutti i soci Cis adempienti, continuando a pagare le rate del mutuo che il CIS trattiene senza girarle al pool di banche creditrici a riduzione dell’esposizione ipotecaria sui singoli lotti.
Non dobbiamo dimenticare che il CIS non é più legittimato ad esercitare l’attività finanziaria per effetto della volontaria rinuncia intervenuta nel 2008, con la richiesta cancellazione dall’albo degli intermediari finanziari, prevista dal T.U.B.
Su questo punto, mi chiedo, qual’e’ l’organo legittimato al controllo ed alla sanzione di questo esercizio improprio?
La Banca d’Italia ? Se così, perché non interviene?
Perché i Soci che pagano regolarmente il debito devono correre dei rischi?
Anche in sede di causa cautelare di accertamento, richiesta da alcuni Soci, il Magistrato poneva in risalto la mancata allerta da parte delle banche per gli inadempimenti delle rate scadute da parte del  Cis,  mentre allo stesso venivano regolarmente pagate dai SOCI adempienti.
Quest’inerzia delle banche potrà un domani tutelarci da richieste di ripetizione dei pagamenti in conto mutuo?
Il mese di giugno è alle porte, ci sarà la scadenza del Consiglio di amministrazione del CIS.
Vorrei rivolgere, ancora una volta, un appello a tutti i SOCI adempienti:
Siete forse rassegnati a che le cose debbano andare proprio in questo modo? Oppure si può prendere coscienza che nella prossima assemblea bisogna dare una svolta, se non altro, a tutela dei nostri sacrifici?
Se non siamo pronti alla svolta vorra’ dire che in questa situazione non si riuscirà mai a scorgere una luce.
Ognuno per la propria strada e BUONA FORTUNA!
IN OGNI CASO LUNGA VITA AL CIS
CIRO COZZOLINO

COMMENTO DEL SOCIO ENZO.

Sarebbe opportuno , prima della prossima assemblea, che il progetto del Patto di Sindacato fosse condiviso da quelle aziende del Cis che portano molti voti in assemblea. Molte di esse fino ad oggi non hanno aderito solo perché hanno sottovalutato le eventuali ripercussioni che potrebbe avere il ” crollo” del sistema. Sarebbe opportuno che prima di un eventuale assemblea, già ci fosse la condivisione di un progetto. Saluti.

RISPOSTA DI EMILIO D’ANGELO

Osservazione puntuale!
Devo, purtroppo, osservare che da circa due anni, sin dall’assemblea di luglio 2013, è stata intrapresa questa direzione, tentando di ottenere una più larga partecipazione sociale.
Non manca un progetto chiaro del Patto di Sindacato, esposto su questo blog ripetutamente, manca, invece, l’adesione convinta di molti soci che preferiscono stare alla finestra sino all’ultimo.
Troppa gente é più propensa a risolvere il suo caso individuale, assecondando una naturale tendenza all’opportunismo, piuttosto che affrontare un progetto di metodo amministrativo.
Sul piano personale sono molto deluso da questa deriva che non coinvolge solo i soci che non hanno aderito al Patto.
A me pare che il Patto venga immaginato come l’Arca di Noè, sulla quale salire solo in caso di alluvione, intanto si prenotano solo i posti, tanto non costa niente!
Io manterrò il mio impegno sino alla prossima assemblea perché ho vivo nel mio cuore il senso dell’onore, ma non pregherò nessuno.
Non ho interessi da difendere, ma solo l’onore di un CIS nel quale vivo dal 1986 e, oggi, non riconosco più.
L’unico impegno che assumo è quello con i soci falliti o soggetti a ricorso di fallimento.
Quei soci, i loro legali, le loro famiglie, i loro collaboratori, mi troveranno sempre disponibile a qualsiasi incontro, attività o contributo che possa essere utile a ristabilire un criterio di giustizia sociale, dolorosamente violato.
La storia del CIS non si é ancora compiuta e spero ancora in una Lunga Vita.
Con profonda amarezza, ma sempre viva cordialità.
Emilio D’Angelo

 

 

Stessa strategia, diverso l’effetto.

Mi piace il commento di Gaetano e lo sottopongo alla Vostra attenzione.

Spero, nuovamente, di aprire un dibattito nel corpo martoriato del nostro “consorzio” di imprese, ultimo disperato tentativo per salvare quella profonda comune radice che non riusciamo, in alcun modo, a far riemergere.

Commento di Gaetano Casillo  

Un ente superiore, superiore anche agli organi di controllo (collegio sindacale) entra direttamente nella gestione dell’impresa bancaria e ne detta la politica. Come dire, tu fai la banca, ma solo se lo fai come dico io, nell’interesse dei risparmiatori.

Il collegio sindacale, invece, può solo limitarsi a controllare che l’azione svolta sia conforme allo statuto ed alle norme di legge, ma non può interferire in nessun modo nella politica dell’istituto.
Il Cis, analogamente, ha gestito la raccolta e l’impiego di fondi finanziari, e per questo per un periodo di tempo è dovuto diventare “banca”; poi autonomamente nel 2008 ha chiesto ed ottenuto la cancellazione dall’albo degli intermediari finanziari, sottraendosi sostanzialmente agli stringenti controlli della Banca d’Italia; controlli proprio della gestione dei fondi, che ha potuto così liberamente “dirottare” verso l’Interporto o utilizzare in altro modo senza la censura dell’ente preposto al controllo.

Due imprese che hanno dovuto fare i conti con una quanto meno definibile “critica” gestione amministrativa.

Due imprese che hanno una caratteristica comune molto forte: sono entrambe società con profonda radice consortile.

Consorzio, cooperativa, collettività, bene comune, mal si sposano con le caratteristiche fortemente individualistiche dei nostri paesi.
Ho letto tante volte che una differenza fondamentale tra sud e nord è sempre stata questa: individualismo al sud e collettivismo al nord. È questa una ragione per cui il nord è sviluppato ed il sud rimane sempre al passo?

Eppure ciclicamente si propongono alle nostre latitudini strutture aggregative, nei tempi “buoni” ma specialmente nei momenti di crisi, ma tutte sono destinate alla stessa sorte per due ragioni principali: la base partecipa poco ed il vertice ritiene di essere l’artefice principale ed essenziale.

Noi del sud, in quanto a collettività, abbiamo bisogno di un capo, di un re, di un politico, di un uomo di potere, di qualcuno che ci guidi al quale sottostare più o meno incondizionatamente.
Ecco perché da noi il “consorzio” non funziona.
Nessuno ha interesse a farlo funzionare.
Ognuno pensa al proprio individualismo.

Tornando alle nostre due imprese, per i motivi sopra spiegati, la loro struttura consortile è proprio l’anello debole, il grosso limite individuato dal vertice per affermare il proprio individualismo.
Per questo devono essere smantellate, diventare SPA, contare per il capitale e non per il bene comune, quello non serve a nessuno.

Pensiamoci bene prima di autorizzare la conversione in SpA della BPS, così come a svincolare il rapporto diretto tra azioni e metri quadrati posseduti (che è la forza “consortile” della SpA del CIS), che sarà la prossima improrogabile e imprescindibile questione che riguarderà il nostro centro.
La prima è praticamente quasi già fatta, mancano solo gli ultimi dettagli, la seconda ipotesi è in itinere.

Ambedue passano per la crisi societaria. Ma la crisi è un mezzo giustificato dal fine?

Faccio un’ipotesi diabolica: e se quei 64 milioni di incaglio, evidenziati nell’ultimo bilancio della banca, non fossero così inesigibili? Se l’imprenditore che entrasse nella società acquistandola al 50% (come ci ha fatto intendere l’auditor dell’IMI) del suo valore, dopo un po’ li vedesse rientrare in bonis per la maggior parte, non si ritroverebbe così con un profitto praticamente raddoppiato?
È fantascienza? Vedremo.

Intanto facciamo lavorare le nostre menti, guardiamo un poco più in là, sottraiamoci a questo giogo dell’alta finanza; dobbiamo essere imprenditori, non il “parco buoi” di questi signori in giacca e cravatta.

Lunga vita al CIS ed alla BPS.

Fine del commento di Gaetano Casillo.

Aggiungerei un altro diabolico interrogativo.

e se l’ipoteca che grava sui 100.000 mq. di capannoni verrà frazionata, come si propone la manovra “infinita” e le Banche portano a perdita il corrispondente importo incagliato, con evidenti vantaggi fiscali, chi gestirà la ricollocazione di questa vasta area, pari ad un terzo del CIS?

Chi si avvantaggerà del maggior valore che deriverà da questa operazione finanziaria ed immobiliare?

Chi renderà giustizia a quei soci che, per effetto di un complesso rapporto contrattuale, pur inadempienti, perdono il capannone, e sin qui posso anche capirlo, ma addirittura falliscono?

Non so se esiste una GIUSTIZIA, quella che nell’immaginario riesce a rappresentare solo DIO, ma se esiste io la invoco e la invoco a Voi soci, perché solo Voi siete arbitri della VITA del CIS.

Non posso fare di più.

Emilio

Riflessioni a margine dell’assemblea della Banca Popolare di Sviluppo.

L’assemblea della Banca Popolare di Sviluppo offre lo spunto per alcune riflessioni sulla nostra condizione.
L’assemblea si é svolta in maniera ordinata con una partecipazione consapevole.
Il tema principale in discussione, articolato in diversi punti dell’o.d.g., é la politica di risanamento impostata dall’attuale direttivo.
Senza nessuna vena polemica, osservo che una politica di risanamento viene attuata per ” guarire ” un corpo ammalato.
Qual’é la malattia?
La Banca d’Italia, in sede di ispezione, ha sanzionato alcuni amministratori del precedente c.d.a, nonché alcuni componenti del collegio sindacale, perché ha verificato una carenza istruttoria e, talora, incompatibilità della carica, nelle delibere di affidamento.
Tale situazione ha determinato un consistente numero di incagli e perdite sulle posizioni affidate, con accentuata tendenza territoriale.
La costituzione di un nuovo c.d.a. non é stato l’esito di una scelta politica, ma di una scelta obbligata dall’organo di controllo e risponde ai requisiti richiesti.
Questo é il fatto documentale.
Il nuovo c.d.a. ha orientato la politica con un obiettivo prevalente: la costituzione di un fondo per il rischio di perdite adeguato alla situazione contingente.
In quest’ottica ha incrementato in due esercizi il fondo da 19 a 64 milioni di euro, ottenendo un risultato di copertura apprezzabile.
Naturalmente tale necessario incremento ha prodotto una perdita d’esercizio di circa 13 milioni di euro.
Il risultato d’esercizio, prima dell’accantonamento, é largamente in attivo, anche grazie ad un riduzione della spesa.
Affronto ora una questione che sta molto a cuore ai soci del territorio nolano e, segnatamente, a quelli del CIS.
Molti lamentano un tradimento della Banca, consumato,in danno dei soci fondatori del territorio nolano.
La Banca non aveva scelta perché la Banca d’Italia ha segnato un rigido confine tra la vecchia gestione amministrativa e la nuova.
Gli affidamenti nel territorio, allo stato dei fatti, non possono essere incrementati ai vecchi clienti, ancorché siano puntali, né possono assumersi nuovi rischi ad altri clienti.
Se esistono responsabilità di gestione, in coscienza le ricerchereste nella vecchia o nella nuova gestione?
Infine, per chiudere l’argomento, occorre essere consapevoli che le perdite, determinate dagli incagli, devono essere ripiantate con nuovo apporto di capitale.
Una banca popolare, se vuole mantenere il suo assetto, deve vedere un’ampia partecipazione ad un progetto di aumento di capitale oppure di ripianamento delle perdite.
Diversamente deve ricorrere a nuovi soci, attraverso una trasformazione in S.p.a. per attirare interesse ed apporto di nuovo capitale nell’ambiente finanziario.
Non esiste alternativa per rilanciare la funzione della Banca.
La trasformazione diluirebbe il nostro valore partecipativo, ma qual’é questo valore allo stato dei fatti?
Dovete porVi queste domande non solo come soci della Banca, ma, soprattutto, come soci del CIS.
Io penso che ci sono molte analogie fra la nostra vicenda amministrativa e quella della Banca.
C’é una radice comune: la strategia di gestione amministrativa.
In un prossimo articolo proverò ad esaminare questo aspetto della complessa vicenda.
Intanto, complimenti al nuovo consiglio d’amministrazione della B. P. S. per la serietà impiegata nella gestione di questo difficile momento.
L’unanimità espressa dall’assemblea nell’approvazione del bilancio e, ancor più, nel respingere la richiesta di dimissioni del consiglio d’amministrazione, su richiesta di una minoranza qualificata, rappresenta un segnale importante di condivisione della strategia di ripianamento in corso.

 

Banca, Cis, Interporto, Distretto…al centro l’uomo!

Questa sera torno a casa sereno per aver ritrovato, in questa assemblea della Banca Popolare di Sviluppo, quello spirito antico che ha sempre distinto la nostra società consortile.
Una ferma volontà di affrontare un difficile momento con unità d’intenti, per salvaguardare quel grande patrimonio umano ed imprenditoriale che abbiamo creato insieme, dal primo all’ultimo di noi.
Il Cis, questa sera, ha dimostrato che esiste, é vivo, unito e vuole lottare con tutte le sue forze per superare questo difficile momento.
Non dobbiamo mai perdere la dignità di poter dire con fierezza: io sono un socio del CIS.
Nel suo appassionato intervento, il nostro Presidente ha rivendicato, nella Banca, la nostra stessa natura consortile, con profonde radici nel nostro distretto.

Una svolta é possibile, ma non possiamo trascurare i vincoli imposti dalla Banca d’Italia. Un passo alla volta.

Anche in questo caso dobbiamo costruire un  ragionevole accordo  per poter guardare al futuro con sicurezza e prospettive positive per la Banca e la sua funzione nel territorio.

Per una volta non parliamo di numeri ma di valori e cogliamo questo momento come un’occasione straordinaria di rilancio.

Non parlo solo di Banca, ma soprattutto di CIS, di Interporto, di Distretto, parlo di noi, uomini del CIS, la base fondante di ogni iniziativa sociale.

Al centro, l’uomo.

Il socio del CIS é il motore della rinascita.

Vorrei una rivoluzione dei cuori, vorrei cominciare domani, senza preclusioni o preconcetti.

A quell’uomo che ho riconosciuto stasera mentre difendeva, a modo suo, il socio, nei rapporti con la Banca, chiedo, con ferma insistenza, di non escludere la possibilità di  in un libero confronto per trovare insieme la strada giusta.

Abbandoniamo  un percorso che, sino ad ora, ha portato solo dolore e divisioni; proprio nell’ambito di una ritrovata unitá sociale, senza escludere nessuno, potrà rinascere d’incanto il nostro CIS.

Sono sicuro che quella strada, insieme, la troveremo.

Lunga Vita al CIS

Rate di mutuo: l’adempimento riduce la garanzia ipotecaria?

Mi è stato suggerito di pubblicare qualche commento per consentirvi di ascoltare direttamente la voce dei soci.

Credo sia giusto offrire a tutti la possibilità di pubblicare la propria opinione e, pertanto, se altri soci intendono intervenire, potranno inviarmi il testo nei commenti o all’indirizzo mail del Patto.

Ho ricevuto questa testimonianza da Gaetano Casillo, in merito al giudizio di accertamento proposto innanzi al Tribunale civile di Napoli.

“Gaetano Casillo ha detto:

Io c’ero.
Volevo vedere con i miei occhi cosa significasse discutere davanti ad un giudice dei fatti del Cis.
Un giudice imparziale, non un socio, né un componente del consiglio di amministrazione, non un rappresentante di una banca e nemmeno un sindaco, uno insomma che potesse dare un giudizio in una posizione di distacco.
4 avvocati per il Cis e L’Interporto (3 dello studio Gianni Origoni più l’avv.Peluso, che tanti soci ben conoscono)
1 avvocato per Unicredit e SanPaolo
Il nostro avvocato, in rappresentanza di 7 soci che hanno creduto e portato avanti l’azione di accertamento proposta dal Patto.
Uno stuolo di avvocati, che si trovava nella piccola sala di udienza, forse per altre cause, ha presenziato al dibattito, interessato dai fatti di una causa relativa ad una ben nota ed affermata realtà consortile del nostro territorio.
In sintesi:
L’Interporto: noi non c’entriamo, non sappiamo nemmeno perché ci hanno chiamato in causa, non conosciamo nemmeno la causa petendi.

Le Banche: noi non c’entriamo, con i soci noi non abbiamo alcun contratto, i nostri rapporti sono solo con il Cis, semmai, però, dovreste sequestrare delle somme, come chiedono i soci, allora queste dovrebbero essere versate presso di noi, che siamo gli effettivi destinatari finali di quei pagamenti.

Il CIS : non capiamo perché i nostri soci fanno causa alla loro stessa società ed, in ogni caso, il CIS è il solo legittimo proprietario dei capannoni, loro sono solo utilizzatori e, solo se nel 2020 avranno pagato tutto il dovuto ed avranno richiesto nei termini il riscatto, allora non vedremmo alcun problema per il fatto che diventino proprietari.

Tutto a posto, insomma.
Anzi l’avvocato Peluso rimarcava che gli stessi procedenti avevano già cominciato a sospendere i pagamenti per mutuo e condominio da dicembre scorso; affermazione gratuita, non supportata da alcuna documentazione e, quindi, estremamente offensiva per quanto mi riguarda e per ogni socio adempiente.

Niente a posto, ribatteva il nostro avvocato, Riccardo Pasquarella, perché non era spiegabile che, con una moratoria, già da tempo, in corso con le banche, il CIS aveva prestato ben 40 milioni all’Interporto.

Non è vero, ribatteva l’avv. Peluso, i milioni erano solo 30! (Esilarante espressione di stupore degli avvocati presenti “per caso”)
E poi, aggiungeva ancora, con le banche abbiamo un discorso già in via di definizione, che a giorni si definirà (una storia già sentita?!?!), tanto è vero che non abbiamo ricevuto nemmeno una loro messa in mora.

L’avvocato delle Banche, interpellato in proposito, ha smentito la conclusione dell’accordo, limitandosi a riconoscere l’esistenza di una trattativa in corso.

Spero che il giudice adito si renda veramente conto della nostra tragica situazione, ed emetta il giusto provvedimento richiesto.
Non intendiamo, con la nostra causa, evitare nessuno dei nostri doveri, chiediamo solo di essere autorizzati a non consentire più che i nostri soldi, versati in pagamento delle rate di mutuo, vengano impiegati come risorsa da utilizzare in altri modi.

Lunga vita al CIS

Nota personale.

Questa esposizione rappresenta quasi una cronaca di una giornata “in tribunale”, raccontata senza enfasi per consentire una partecipazione serena agli argomenti in discussione.

Non è, e non dovrà mai essere una dichiarazione di ostilità, ma intende accertare la corretta imputazione dei versamenti in riduzione di un’esposizione di garanzia ipotecaria di un cespite strumentale che, pur apparendo formalmente intestato al CIS, di fatto, in forza di un contratto di leasing integralmente onorato, appartiene al socio adempiente, anche se ha convenuto solo il rinvio del termine di riscatto, proprio per accedere alla proposta di rifinanziamento.

Esprimo, ancora una volta, l’augurio e la speranza che la complessa vicenda, nel rispetto dei reciproci diritti e doveri, possa trovare una soluzione negoziata nel contesto sociale, abbandonando l’intrapresa attività giudiziaria a tutti i livelli.

LUNGA VITA AL CIS

Emilio D’Angelo

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