Non ho paura dei cattivi, ma del silenzio degli onesti.

Martin Luther King

La storia del CIS rappresenta certamente il fenomeno associativo di imprenditoria consortile di più ampia portata nello scenario economico italiano dell’ultimo trentennio.
Questo é un merito che appartiene a tutte le aziende socie, non solo a chi ha creduto in questo progetto ed ha guidato, senza interruzione, la compagine sociale.
Senza CIS non sarebbe mai nato il tanto reclamato ” distretto ” perché proprio nel CIS e dal CIS ha trovato ed ha prelevato le energie economiche e l’impulso progettuale per svilupparsi.
Oggi la nostra storia vive un periodo drammatico perché abbiamo smarrito la strada maestra e non riusciamo a ritrovare quella unità di intenti e di progetto che ci ha distinto per oltre un ventennio.
Perché?
La risposta la troverete solo nella Vostra coscienza.
Ognuno di Voi, nessuno escluso, ha consapevolezza fondata che la storia del CIS, nell’ultimo decennio, ha cambiato direzione con la svolta in area finanziaria.
Quello che veniva propagandata, con enfasi, come una straordinaria operazione di finanziamento ad un sistema commerciale, si é rivelato, poi, solo un drammatico errore
 che, in dieci anni, ha messo in ginocchio una compagine consortile di provata solidità.

Nessuno ci ha regalato niente, ogni euro finanziato é stato garantito da un patto di ferro: o paghi o perdi capannone e qualifica imprenditoriale.

L’impostazione stessa dell’operazione strutturata come contratto di mutuo fra il CIS, concedente di garanzie ipotecarie sui capannoni finanziati ed il ceto bancario da un lato, e , dall’altro, un sottostante contratto di sub mutuo fra il CIS e le aziende socie finanziate, ha escluso un rapporto diretto fra l’effettivo creditore ed i soci finanziati.
Questo complicato intreccio di interessi e diritti ha sottratto ai soci adempienti ogni possibilità di liberarsi del debito in maniera autonoma e legittima o, in via subordinata, in caso di necessità, di rinegoziare direttamente il mutuo secondo le norme vigenti.
La gestione del rimborso del debito, garantito da ipoteca immobiliare, doveva essere amministrata con la tutela ed il controllo del circuito bancario, trattandosi di mera operazione finanziaria di considerevole consistenza.
Fu richiesto ai soci di modificare lo statuto proprio per consentire al CIS di iscriversi al previsto albo delle società finanziarie, soggetto alle regole ed ai controlli regolati dal T.U.B. ( Testo unico bancario).
Condizione indispensabile per poter sottoscrivere il contratto di sub mutuo con le aziende socie, il CIS, prima si é iscritto, come prescritto, e poi si é cancellato dall’albo degli operatori finanziari, sottraendosi alle rigorose norme previste.
Questo ha consentito la prolungata sospensione del pagamento delle rate di mutuo, utilizzando per scopi, definiti sociali, le quote di sub mutuo incassate e non riversate.
Tra questi scopi sociali sono rientrati anche i finanziamenti alla partecipata Interporto per circa 40 milioni di euro, con il consenso tacito del ceto bancario che, forte della garanzia ipotecaria sugli immobili del Cis, ha “tollerato”,  riducendo il proprio rischio d’esposizione verso Interporto.

La dignità e la valenza del contratto di leasing, ormai largamente compiuto per la maggioranza dei soci finanziati, nella situazione di fatto che si é determinata, risulta vistosamente violata.
Il socio adempiente non può ottenere la riduzione della garanzia ipotecaria in corrispondenza degli importi pagati.
Il socio inadempiente, coinvolto nell’azione fallimentare, perde il possesso del capannone, l’azienda fallisce ed il valore del contratto di leasing, spesso superiore alla consistenza del debito, finisce, naturalmente, in contestazione con la curatela fallimentare.
L’alternativa é la rinuncia al contratto di leasing e un accordo che preveda la restituzione del capannoni per ottenere a transazione la cancellazione del residuo debito.

Solo una manovra finanziaria di alleggerimento degli adempimenti imposti, capace di prevedere la rinegoziazione non solo del contratto di mutuo, ma, soprattutto, di quelli di sub mutuo, poteva restituire equilibrio ad un rapporto negoziale che evidenzia uno stato di soccombenza degli interessi legittimi degli effettivi proprietari degli immobili ipotecati.
Doveva essere approfondita, inoltre, l’ipotesi di un accordo transattivo con il ceto bancario sugli interessi e sui derivati, per il disastroso effetto sui bilanci della società.
Questo obiettivo, pur prospettato in assemblea dall’organo amministrativo, é stato abbandonato, lasciando prevedere che anche nell’esercizio 2015 si confermeranno le perdite per interessi ed oneri per derivati, ben integrate dalle esorbitanti spese di consulenza che gravano sull’intera operazione, già da tempo.

La manovra in corso di asseverazione, allo stato unica possibilità di soluzione, risolve il problema dei soci adempienti, ma definisce, pure, una vasta area previsionale di insolvenza sino a 100.000mq di capannoni, da destinare al ceto bancario.
Probabilmente i tempi di accertamento sono risultati più lunghi dei sei mesi previsti, proprio per consentire di verificare la sussistenza dell’area d’insolvenza e noi sappiamo bene che l’insolvenza non ha un’unica faccia.
Non sempre é facile distinguere il bianco dal nero e anzi spesso appare più chiara una vasta area di grigio, di diverse tonalità.
Non credo che la scelta di aggredire i soci inadempienti con l’azione fallimentare abbia prodotto gli effetti sperati, anzi ha reso più torbido ed incerto il recupero del credito, ha danneggiato in misura sproporzionata il socio ed ha introdotto nuove figure giuridiche nel nostro contesto, alterando l’equilibrio e l’interesse sociale.
Credo che anche l’organo amministrativo, frequentemente variato nell’ultimo triennio, abbia avuto, finalmente, contezza di questo errore strategico e forse, proprio per questo, sembra aver abbandonato questa linea.
Le nuove azioni di recupero fondano la pretesa sul contratto di locazione finanziaria, collegando ad esso il contratto di sub mutuo, considerandola un’unica struttura contrattuale.
L’inadempimento rappresenterebbe la causa di risoluzione contrattuale ed avendo il contratto natura locativa, legittimerebbe la richiesta di rilascio degli immobili.
L’azione, pur risultando meno invasiva e meglio strutturata, conserva le stesse incognite in riferimento alla contestata autonomia contrattuale dei due negozi giuridici ( contratto di leasing e contratto di sub mutuo ).
Solo una soluzione transattiva può dirimere questa vicenda per determinare una valutazione oggettiva e più equa della differenza tra il residuo debito ed il valore ” immobiliare” del contratto di leasing.
La ripresa della collocazione degli immobili disponibili potrebbe prevedere, per l’area inadempiente, il rilascio di un mandato a vendere ad un equo prezzo che consentirebbe il pacifico recupero del residuo debito da mutuo ed il ristorno della eventuale differenza al socio cedente, restituendo vitalità al mercato ed funzione del Centro.
Per realizzare questo progetto occorre una compagine sociale coesa, disposta ad operare con effettivo spirito di solidarietà ed un direttivo che ritorni a mettere il Cis ed il socio al centro dell’interesse associativo, riprendendo quel benedetto carattere
consortile che ci aveva distinto.

Diversamente continueremo a domandarci:

Quale sarà la sorte di quei 100.000 mq?

Finiranno in un Bad Bank?

Quale sarà la sorte di almeno 1000 addetti e delle loro famiglie?

Se volete ne riparliamo o forse é meglio fingere di non sapere e pensare che con la manovra ci saremo salvati dal vuoto del niente che, purtroppo, ci avvolge.

Se ci credete ancora, ” Lunga Vita al CIS ” .

Io continuerò a ripeterlo e Voi, rimarrete in silenzio?

Emilio D’Angelo.

Legale rappresentante di azienda, titolare del diritto di proprietà di immobile riscattato nel 2004 in esecuzione del contratto di leasing, scaduto il 31.10.2002, ininterrottamente unica utilizzatrice dell’immobile strumentale dal 1986 ad oggi ed, orgogliosamente, socia CIS da un trentennio.

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