Forse stasera il torto diventerà diritto e nulla potrà modificare questa triste realtà.

Rientra nelle facoltà e nei poteri che l’assemblea ha delegato al consiglio di amministrazione.

Questo consiglio è legittimamente in carica sino alla prossima assemblea ordinaria che prevede l’approvazione del bilancio e la nomina del direttivo.

Molti soci mi chiedono, sempre in via molto riservata, perché non è stata convocata l’assemblea ordinaria entro i termini previsti dalla legge.
Vorrei ricordare a tutti, ancora una volta, che per tre successivi esercizi il bilancio è stato approvato a maggioranza, pur emergendo il rischio della mancanza di continuità aziendale per effetto della prolungata sospensione dei pagamenti delle rate di mutuo al ceto bancario.
Condizione essenziale per garantire la continuità aziendale, a giudizio degli amministratori e dell’organo di controllo, era l’asseverazione e l’omologazione dell’accordo di ripianamento del debito raggiunto con il ceto bancario ex art. 182 bis della Legge Fallimentare, una sorta di concordato preventivo con ristretto numero di creditori.

Questa è la situazione di fatto, anche se non giustifica il ritardo nella convocazione dell’assemblea, almeno ne spiega il motivo.
Voglio confidare a Voi, lettori abituali di questo blog, tutta la mia amarezza nel verificare, ancora una volta, che i miei interventi non vengono accolti con la necessaria attenzione.
Siamo troppo abituati a personalizzare le questioni per arrivare a conclusioni assurde, spesso alimentate da una polemica interessata solo a confondere le idee.
Non si tratta di essere contro o a favore della gestione del Presidente, ma occorre esaminare i fatti, cogliere gli inadempimenti, valutare i rischi e scegliere la situazione più conveniente nell’interesse generale.
Spesso, anzi quasi mai, la soluzione più conveniente non è quella più ” giusta “.
Occorre rendersi conto che l’alternativa all’accordo con le banche creditrici, opportunamente omologato, è il concreto rischio che si apra una procedura fallimentare contro il CIS.
Non è una questione di torto o di ragione, perché da tempo la voce della ragione è debole ed inascoltata.
Non è una questione di coraggio, perché, credetemi, è più difficile parlare contro corrente che gridare la propria giustificata rabbia.
È solo una questione di convenienza, perché è in gioco il destino del CIS, della sua storia, ma, soprattutto, della vita di centinaia di aziende e migliaia di addetti che qui hanno fondato la sede e la ” ragione” del loro destino.
Non possiamo cedere al desiderio di rivincita, dobbiamo far prevalere la ragione della necessità: è triste, è amaro, ma è così!
Dobbiamo portare a casa l’accordo, pur subendo una profonda mortificazione del nostro valore sociale.
Queste sono le nostre ” forche caudine” e questa sera il torto diventerà diritto.
Non è la prima volta che succede, né sarà l’ultima, ma alla fine il diritto riesce sempre a far emergere la dignità della ragione.
Ci saranno tempi e condizioni diverse che ci consentiranno un intervento severo e le nostre ragioni si incontreranno con quelle della giustizia. 
Questa è una certezza non un’ipotesi.
Oggi siamo incudine e dobbiamo subire.
Il Patto, il nostro Patto, può esprimersi solo in assemblea; non ha altre opzioni, solo il consenso assembleare, oggi impedito.
Abbiamo avuto l’occasione in questi tre anni per cambiare governance, non ci siamo riusciti.
Mi assumo tutta la responsabilità per questo insuccesso, ma io sono abituato a lottare rispettando due principi fondamentali: il rispetto delle opinioni diverse e il prevalente interesse generale.
Continuerò a farlo.

Emilio D’Angelo
Fondatore del Patto di Sindacato di voto dei soci del Cis S.p.A.

e chi si riconosce in esso e nelle sue ragioni,abbia la sensibilità di manifestarlo.

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