Il mio ultimo articolo ha introdotto un tema a me molto caro: la straordinaria forza  del valore associativo del CIS.

Molti soci hanno rinunciato, da  tempo, ad  esercitare diritti e facoltà derivanti dalla qualifica di ” socio ” del CIS.

Non sia  mai che io scriva, più correttamente, ” della CIS “, darei un segno di debolezza che potrebbe far pensare che io, ormai, mi sto arrendendo e  sono ormai pronto ad accordarmi con quel volpone di Punzo!

Torniamo ai fatti, e perdonatemi questa divagazione per sorridere un po’ in tempi già molto tristi.

Una domanda, solo una domanda:

Ditemi quali delle tante società del distretto, coinvolte nel progetto di ristrutturazione finanziaria, conserva una  autonoma capacità della base sociale di nomina dell’organo amministrativo e di scelta strategica?

Solo, il CIS!

Società consortile costituita da un numero così alto di partecipazioni azionarie che per leggerle tutte bisogna prendere fiato almeno duecento volte….

Grande forza e grande debolezza, insieme, se le le scelte sociali non vengono indirizzate con saggezza, prudenza, equilibrio ma soprattutto, libere da conflitti d’interesse e condizionamenti ambientali. 

Cari colleghi, il vincolo proporzionale delle quote azionarie con i metri quadrati di capannone, a qualsiasi titolo posseduti, rappresenta una genialità giuridica che ci ha attribuito uno spirito sociale di altissimo profilo del quale dovremo essere eternamente grati a quel gran signore del notaio Canio  Restaino.

È questo  il cuore della questione, non inutili fantasie di un romantico sognatore.

Quello che è nato in questa bella campagna Nolana, terra fertile e gentile, e perciò vulnerabile in tempi oscuri, è una cosa straordinaria.

Come fate a non emozionarvi, pensando che 300 pionieri sono venuti qui, hanno impiantato le loro aziende e poi, dai e dai, tra mille errori e contraddizioni, abbiamo  cominciato a pensare, non più ad una città del commercio ma ad un distretto produttivo.

L’idea non è malvagia, il sogno è ambizioso ed i risultati sono straordinari, si toccano con le mani, li vedrebbe anche un cieco.

Quando prendete l’ultimo tratto della bretella, appena incontrate i primi capannoni Interporto, accostate con prudenza e provate a continuare a piedi sino all’ingresso del CIS o dell’Interporto.

Dopo un paio d’ore non sareste ancora arrivati nella vostra azienda, scusatemi , per una volta ancora,  voglio chiamarla ” poteca ” , è più elegante, perché richiama la nostra radice ellenica nella cultura meridionale.

Cosa voglio dire?

Lo preciso prima che, alcuni di Voi, mi accusino di alto tradimento.

La teoria che tutto è stato sbagliato e, quindi, la migliore soluzione è il fallimento, non trova nessuna, dico nessuna giustificazione né logica, né scientifica, né morale.

Questa teoria potete condirla con centinaia di “se, ma, forse, alla fine, con il cuore a pezzi, purtroppo, malgrado” ma il suo sapore sarà quello più amaro. 

Avreste tradito le vostre origini, il vostro passato ed il vostro futuro.

Cosa diventerebbe il CIS e l’intero Distretto, “purgato” dal fallimento?

Un’accozzaglia di capannoni in campagna Nolana.

Il fallimento è la morte civile di un’azienda, la fine di tutto, la perdita del valore prevalente delle nostre aziende: il sistema distributivo e logistico, più prestigioso in Italia, da noi, nel nostro amato Sud.

Il fallimento del Cis, poi, annullerebbe quel grande valore sociale che per trent’anni ha rappresentato la forza consortile della nostra impresa.

La “Lunga vita del CIS” che centinaia di volte, in tanti,  abbiamo invocato con sincera passione, non passa per la sezione fallimentare del Tribunale.

Io già sopporto a stento che ci troviamo in area fallimentare con la famosa ” manovra ” e non ho mai giustificato l’azione fallimentare attivata dalla società contro i propri soci. Un imperdonabile errore, che deve essere rimediato!

Non ha prodotto effetti di recupero immediato ed ha bloccato i beni in una lunga procedura.

Un ultimo rilievo voglio sottoporre a chi sostiene che nel fallimento si salva l’efficacia dei contratti di leasing.

Ribatto, ma il fallimento assorbe tutti i beni primari del CIS, in parole semplici le strutture materiali che consentono al Sistema di vivere, quelle che il buon notaio  Restaino ci assegnò, attraverso le azioni.

‘O Condominio!

In effetti avreste le chiavi del capannone e perdereste quelle del sistema e che ve ne farete di un capannone in campagna?

Ecco perché, cari amici, non è da vili sopportare la mancata convocazione dell’assemblea; non è da stolti aspettare l’evoluzione della procedura per ottenere la ratifica dell’accordo di ristrutturazione, non è incoerente cedere su qualche punto, ora che siamo incudine,  e cercare, poi,  una mediazione fra gli interessi contrastanti dell’intera vicenda.

Ecco il solito sognatore che non si accorge che stiamo annaspando  nella melma e le banche ci tengono in pugno.

Altro grande luogo comune, buono per riempire le pagine di Face Book, ma inutile per chi vuole produrre valore per la propria azienda.

Si “deve” produrre valore, perché le benedette leggi dell’economia ci impongono di produrre valore, non chiacchiere.

Questi valori li abbiamo prodotti, poi abbiamo smarrito la via, ora ora dobbiamo  tornare a farlo.

Le banche producono valore impiegando capitali che dovrebbero rappresentare risorse per le imprese, non cappi per condannati.

Siamo in una situazione difficile, mai prima d’ora nel nostro Paese ed in tutta Europa, il sistema bancario è stato sottoposto a tanta tensione.

La Banca non è più un simbolo di protezione del risparmio e polmone delle imprese.

Il nostro sistema bancario è in cura, sotto osservazione perché la crisi delle aziende  (l’economia reale) ha sconvolto l’affidabilità dei crediti, producendo consistenti incagli.

È un po’ come se una mattina la maggioranza dei nostri clienti non ci pagasse più le nostre forniture, non per disonestà ma per impossibilità.

È una catena e noi ci stiamo dentro, siamo una maglia, una piccola maglia, ma dobbiamo spingere per non spezzarla.

Belle parole, ma intanto le Banche si prendono i poteri nel CIS e siglano l’accordo solo congiuntamente con quello di tutte le società del distretto.       Non è giusto!

Premesso che tutti gli accordi, se non sono equi e rispettosi delle regole di corretta amministrazione, possono essere rivisti, resta il profilo del potere di gestione.

Allo stato dei fatti, qualsiasi potere può essere attribuito, a titolo definitivo, solo dall’assemblea e non certamente dall’organo amministrativo, che riceve delega proprio dalla stessa assemblea.

Non è detto, poi, che, in linea di principio, la presenza di rappresentati del ceto bancario, nostro unico creditore, nel consiglio d’amministrazione, debba essere considerato necessariamente un danno.

Noi siamo un soggetto economico, formato da centinaia di imprese, con il mondo bancario dobbiamo dialogare per forza, non potremmo sopravvivere senza utilizzare il sistema bancario che, per converso, ha bisogno di noi.

È una questione di rapporto di forza e di equilibrio di interessi.

Certo non potremmo accettare che il CIS diventi la cavia dell’accordo del Distretto, oppure che il credito residuo del mutuo possa attribuire un potere di determinazione del futuro dell’intero sistema distributivo.

Il CIS e l’intero Distretto sono imprese  di valore, devono essere accompagnate, non guidate dal sistema bancario.

Benvenuto, quindi,  dr. Iasi, qui  troverà soci onesti e produttivi, disposti a lavorare fianco a fianco per costruire, mai per distruggere.

Le dico in un orecchio, tanto nessuno ci sente, sarebbe bello se anche Lei , da meridionale, dicesse insieme a noi:

Lunga Vita al CIS.

A voi , colleghi, buone vacanze, per qualche giorno non Vi annoierò con altri sermoni, ma avete ancora tanto, tanto da riflettere.

Arrivederci a presto.

Cordialmente

Emilio D’Angelo

Fondatore del Patto di Sindacato di voto dei soci CIS SpA

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