Proviamo a riprendere il discorso, con calma e serenità, nel punto in cui l’avevamo lasciato.
Due fatti significativi hanno alterato il nostro già precario equilibrio sociale:
la mancata convocazione dell’assemblea ordinaria e
la cooptazione di un consigliere di amministrazione, su indicazione del ceto bancario, al quale sono stati delegati importanti poteri di gestione.
Sono due episodi che non hanno modificato lo stato dei fatti, ma hanno introdotto un elemento nuovo e significativo nella valutazione del progetto di gestione per il futuro del CIS:
la forte presenza del ceto bancario nell’area di controllo dei poteri.
In altre parole con questa delibera di consiglio e la mancata convocazione dell’assemblea ordinaria, la comunità sociale è stata esautorata dai propri poteri.
È una violazione gravissima, una vera prepotenza del ceto bancario che ha trovato sponda in un consiglio indebolito dal pericolo incombente del fallimento?
Perché attribuisco a questi due fatti, la radice comune del controllo dominante del ceto bancario?
È semplice: la mancata convocazione dell’assemblea ordinaria è stata determinata dall’esito ancora incerto dell’accordo di ristrutturazione perché il ceto bancario ha sfiduciato di fatto il Presidente, riducendone le deleghe, ed ha preteso che l’accordo per essere approvato doveva rispettare due prescrizioni  fondamentali.
La prima condizionava la ratifica all’accettazione supina di tutti gli accordi convenuti per qualsiasi società del distretto che in qualche modo potevano interferire nei rapporti intra-societari, per esempio i finanziamenti da CIS a Interporto.
La seconda prevedeva che l’accordo poteva essere perfezionato solo con la guida di un menager, nominato dal ceto bancario, al quale sarebbero stati attribuiti i poteri necessari per completare l’opera di “risanamento” con la vendita dei capannoni della famosa area inadempiente.
Questo è il motivo che ha provocato il clamoroso ritardo nell’asseverazione della manovra : l’ostacolo posto dalle banche ad una definizione individuale del piano di ristrutturazione per ottenere i poteri di comando e di controllo.
Se non abbiamo chiara questa situazione, corriamo il rischio di lottare contro i mulini a vento.
Per tutelare il nostro valore associativo, è necessario spostare il nostro obiettivo sugli effettivi ostacoli che impediscono una Lunga Vita del CIS, così come per anni abbiamo realizzato.
Inseguire ancora il circolo dell’ accertamento delle responsabilità sarebbe opera giusta ma forse vana, certamente non prioritaria.
Oggi la priorità è assumere il controllo della governance, fare quadrato ed imporre un esecutivo di alto spessore sociale.
Bisogna andare otre il Patto di Sindacato di voto e stringere un nuovo Patto sociale che investa tutti coloro che amano il CIS.
Il problema è che noi non abbiamo più consulenti autonomi del CIS ma siamo stati affidati, integralmente, a consulenti finanziari, scelti dal ceto bancario e pagati da noi, nel quadro di una manovra complessiva di risanamento per l’intero distretti.
In parole semplici, siamo stati colonizzati.
Questo spiega la chiusura del varco CIS -Interporto, il trasferimento degli uffici nel Vulcano, l’assenza di ogni dialettica societaria fra vertice e base.
Il sacrificio del Cis, impresa autonoma e consortile , madre di tutte le attività, rappresenta il prezzo iniquo che siamo costretti a pagare per mantenere in sella tutto il Distretto.

Ecco perché si é accesa, per fortuna, una disputa, anche all’interno del Patto, sull’opportunità di promuovere un’azione forte per richiedere la convocazione dell’assemblea, con il rischio calcolato che in mancanza dei requisiti previsti di continuità, si possa determinare il fallimento del CIS.
Esiste l’ipotesi che solo il fallimento potrebbe sottrarre il CIS al controllo del ceto bancario, salvando i contratti di leasing dei soci adempienti che sarebbero tutelati dalla legge fallimentare.
La mia tesi è più complessa e richiede massimo impegno, grande coraggio e uno spirito solidale di altissimo valore morale.
Non possiamo tentennare, né continuare ad argomentare a favore o contro Punzo, dividendoci in inutili fazioni.
Avremmo già perso prima di cominciare.
È mai possibile che il ceto bancario possa imporci una subordinazione programmatica a tutte le questioni che riguardano altre e diverse società del distretto?
È mai possibile che l’ area inadempiente non abbia potuto realizzare un progetto di risanamento autonomo, prevedendo la ristrutturazione del piano di rimborso ?
È mai possibile che una partecipazione con strumenti finanziari per 100 milioni di euro debba prevedere il controllo di una società che vale almeno dieci volte tanto in termini finanziari e cento volte tanto per il valore sociale di trecento imprese operanti nel Territorio?
Potrei aggiungere tante altre ragioni: i derivati, l’effetto anatocistico, il patto commissorio, l’ipotesi di nullità del contratto di mutuo e di sub mutuo, e quant’altro vorrete.
Lo farete voi nei commenti, a me basta aggiungere solo che la triste catena dei fallimenti dei nostri soci è stato il nostro primo punto debole, la nostra prima sconfitta.
Abbiamo ceduto alla prepotenza del ceto bancario e lo faremo di nuovo se non eserciteremo la nostra facoltà di soci.
Il fallimento priverebbe il ceto bancario del controllo diretto della governance, ma priverebbe anche noi del valore sociale, l’unica forza che ci ha consentito di essere orgogliosamente il CIS.
Questo è il motivo per cui non accetterò mai questa strategia.
L’assemblea, solo l’assemblea, è la nostra ultima speranza, quello sarà lo scontro finale e noi abbiamo i numeri, le qualità e le ragioni per vincere.
Dovranno venire in assemblea per ratificare gli accordi imposti al consiglio d’amministrazione e lì vorrei ritrovare trecento leoni, tutti uniti, una falange macedone.
Il torto non diventerà diritto.
Questo è il mio sogno per la lunga vita del CIS.
Credeteci pure Voi.

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