Quando fai qualcosa, sappi che avrai contro quelli che volevano fare la stessa cosa, quelli che volevano fare il contrario e la stragrande maggioranza di quelli che non volevano fare niente.
Confucio

 

Vi propongo una riflessione sui rischi collegati ad un’azione giudiziaria tesa ad ottenere la convocazione dell’assemblea prima che venga asseverato ed omologato il Piano di ristrutturazione del debito.
Ho sempre sostenuto la tesi che, pur non condividendo i criteri di impostazione della cosiddetta “manovra” per evidente inadeguatezza al contesto sociale del CIS e alla sua autonomia, è assolutamente necessario arrivare in assemblea con il Piano di ristrutturazione approvato.
Questa non è una posizione assunta con superficialità o per debolezza sentimentale, ma una scelta ragionata e motivata.
Sono fermamente convinto che la mancata convocazione dell’assemblea ordinaria nei termini previsti dalla legge, non è un capriccio amministrativo e tanto meno un espediente strategico per rinviare la durata della carica del direttivo, ma, purtroppo, una necessità ineludibile.
Non esistono i presupposti della continuità aziendale per poter approvare il bilancio dell’esercizio 2015 in mancanza di un Piano di Ristrutturazione del debito asseverato ed omologato dalla sezione fallimentare del Tribunale.
È inutile, in questa sede, ritornare sulle ben note cause della crisi.
Risulta, invece utile, cercare di capire perché la famosa manovra in 13 mesi non è stata ancora approvata.
Cosa è cambiato dall’assemblea del 29 luglio 2015?
Il rapporto di influenza del ceto bancario sul potere amministrativo nel distretto, rispetto alla gestione della crisi finanziaria in atto.
Le Banche hanno preteso un controllo diretto della gestione a tutti i livelli, esautorando, di fatto, la capacità d’iniziativa autonoma delle varie società del distretto.
Questo nuovo orientamento strategico se riferito ad Interporto e alle società collegate può anche essere compreso, se, invece, è riferito alla platea sociale e consortile del CIS rappresenta un gravissimo ed intollerabile vulnus alla nostra legittima autonomia.
La nostra condizione di debitori di una quota residuo di mutuo ipotecario non giustifica una tale pretesa, a nessun titolo.
Questo è il cuore del problema.
L’accordo sul Piano di ristrutturazione del debito è indispensabile per evitare il fallimento e, proprio in forza di questo grave e decisivo condizionamento , il ceto bancario ci impone di accollarci tutti gli accordi collaterali e coincidenti che investono altre società del distretto.
Una vera prepotenza che fa il paio con l’abuso di prodotti derivati imposti a garanzia, con l’evidente violazione del divieto di patto commissorio, con l’eccessivo peso delle garanzie ipotecarie.
La cosa più grave è l’assoluta mancanza nel Piano di Ristrutturazione di una proposta di rimodulazione dei termini e delle condizioni di rimborso dell’importo residuo del debito incagliato, che ci pone nella condizione di subire questo tipo di manovra.
In parole semplici, i consulenti, imposti dal ceto bancario,
hanno puntato esclusivamente alla rottamazione del CIS per ricavare dalla collocazione un plus valore fra il residuo debito individuale ed il valore dell’immobile, da ripartire nella complessiva operazione finanziaria senza distinzione di competenza.
A questo punto capisco, ma non condivido, chi si riconosce nella tesi che propende per un’azione giudiziaria severa, pur con il rischio di aprire la strada ad una procedura fallimentare.
Il punto che, a prima vista, appare più convincente di questa tesi, é quello relativo all’efficacia del valore traslativo del contratto di leasing nella procedura fallimentare, così come richiamato specificatamente dall’articolo della legge fallimentare che recita:

“Art. 72-quater
Locazione finanziaria (1)
Omissis.
In caso di fallimento delle società autorizzate alla concessione di finanziamenti sotto forma di locazione finanziaria, il contratto prosegue; l’utilizzatore conserva la facoltà di acquistare, alla scadenza del contratto, la proprietà del bene, previo pagamento dei canoni e del prezzo pattuito.”

Questa ipotesi nasconde, però, un’insidia gravissima, funesta, irrimediabile: la perdita del controllo dei beni primari, il cuore del sistema consortile
Chi intende percorrere questa strada deve assumersi la responsabilità di andare incontro al “caos ” annullando completamente il valore associativo del CIS.
E allora Vi domando :
Qual’è stato in questi trent’anni il valore immobiliare e commerciale dei nostri capannoni?
Un valore immobiliare che è dipeso solo dalla crescita del Sistema ed un valore commerciale strumentale per quelle aziende che hanno fatto sistema.
Quando è cominciata la nostra crisi ?
Con l’operazione di finanziamento, quando le aziende furono finanziate per metro e non per valore commerciale.
Un’operazione sciagurata che ha messo in ginocchio il CIS, assoggettandolo ad una gestione di distretto da un lato e subordinando la crescita al sistema finanziario.
Cosa otterreste dal fallimento?
L’intestazione di capannoni in una campagna in un centro affidato ad una complessa curatela fallimentare.

Per questo Vi ripeto, non esiste alternativa ad aspettare pazientemente la definizione dell’accordo di ristrutturazione che dovrà essere portato in assemblea, insieme al bilancio 2015 per l’approvazione.
In quella stessa sede dovrà essere nominato il nuovo organo amministrativo.
È quello il nostro terreno di confronto, il nostro campo di battaglia!
Perché scontrarsi in un terreno legale infido e complesso?
Per far prima, per ottenere un’assemblea a rischio, per vendetta, per rancore?
A che serve ?
A nessuno, nemmeno ai soci falliti che sarebbero i primi ad essere coinvolti in un doppio fallimento: un’aberrazione del diritto civile.

Cari soci,
Quando avete sentito parlare di Patto di Sindacato di voto avete creduto o, meglio, Vi hanno voluto far credere che una banda di scalmanati mirava a destabilizzare il CIS.
Avete giustificato tutto: prestiti da CIS ad Interporto di ingenti somme destinate a ridurre l’esposizione debitoria, ricorsi di fallimento contro i soci morosi, chiusura di varco CIS Interporto per ghettizzarci, trasferimento di personale e risorse a costo CIS in area Interporto, trasferimenti degli uffici da Interporto nel Vulcano.

Cosa volete di più?

Non esiste nessun Santo in Paradiso che può modificare il nostro destino.
Non esiste manovra o accordo che non possa essere rinegoziato se evidentemente illegittimo, come nel caso.
Non c’è magistratura ordinaria che il CIS come società non possa interpellare con appropriati ricorsi.
Non c’è Procura della Repubblica che non possa essere adita da un formale direttivo amministrativo, costituito nei modi previsti dalla legge.
Non c’è ragionevole accordo che non possa essere raggiunto da un direttivo autonomo e svincolato da conflitti di interessi ed in libera concorrenza con altre società del Distretto.

Solo noi soci, con qualsiasi idea, origine ed orientamento, liberi da ogni condizionamento di interesse personale, possiamo raggiungere questo obiettivo.
Per questo abbiamo dato vita ad un Patto di Sindacato di voto, ho scritto per Voi 260 articoli, abbiamo portato avanti in 80 un’iniziativa che ha un valore fondamentale per il futuro del CIS.
Sarò chiaro: un Patto di Sindacato con adesioni rilevate con autentica di firma notarile, non vale né più né meno del nostro Patto.
Questa è una storia per gonzi, non per gente come Voi.
La parola è una sola e l’impegno uno solo, costi quel che costi.

Lunga vita al CIS, alle sue aziende ed alle migliaia di donne e uomini che lavorano qui.
Un posto consacrato al Lavoro e alla famiglia.

Emilio D’Angelo
Fondatore del Patto di Sindacato di voto del CIS
per creare non per distruggere.

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