Ieri sera ho partecipato all’ultima riunione informativa prevista dagli amministratori del CIS per parlare del progetto di ristrutturazione del debito, presentato per l’omologazione ai sensi della L.F. al Tribunale di Nola.
Era stato invitato un consistente numero di rappresentanti di aziende socie, quanto può contenerne la sala di Presidenza.
Era presente anche  Ciro Cozzolino, che in questi ultimi tre anni, con Gaetano Casillo e Gianni Imparato, hanno dato un prezioso contribuito a formare una coscienza sociale che molti di Voi definiscono affettuosamente Patto.
Alla prima occasione che ci è stata offerta, abbiamo dimostrato l’autentico spirito consortile che ha sempre animato la nostra azione di soci CIS.

Ciò premesso, entro brevemente nel merito, con l’impegno di approfondire i complessi temi in discussione.
Il nuovo amministratore delegato cooptato, dr.Sergio Iasi, ci ha illustrato con l’aiuto di una rappresentazione grafica i termini dell’Accordo.

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È una fedele riproduzione della scheda sintetica allegata all’Accordo che Vi ripropongo.
Nel successivo confronto ci è stato richiesto di proporre domande solo relative all’Accordo con un limite temporale categorico, evitando domande sulla pregressa gestione.

La premessa  fondante dell’Accordo è che siamo inadempienti verso il ceto bancario per 272 milioni per capitale, interessi ed oneri derivati.
Ad ogni osservazione che contrastava la pretesa delle regole imposte, ricompariva, spesso, questo marchio di grandi debitori che giustificava ogni richiesta. 
Vi confesso un certo disagio personale in un ruolo che non mi appartiene per educazione e cultura e che, oggettivamente non appartiene nemmeno ad alcuno dei soci adempienti.Siamo mortificati da un debito che non è nostro per chiamata in garanzia sociale.
Il fatto determinante esposto nella manovra è lo stralcio di 149 del debito verso il ceto bancario attraverso un intervento patrimoniale in SFP.
Questi strumenti consentono di trasformare un’obbligazione in una partecipazione finanziaria, con alea di rischio,  che potrà essere rimborsata solo con gli utili futuri della società.
A questi strumenti finanziari vengono attribuiti dei diritti che, a mio parere, blindano la governance ed il piano industriale, sottraendo ai soci la propria facoltà di incidere nel processo di formazione dell’indirizzo sociale.
Tesi, peraltro, contestata dal dr. Iasi su una distinzione dialettica che definisce il limite della facoltà di veto dei rappresentanti degli SFP nella sua “eventualità” escludendo, così, la certezza preclusiva.
Questa valutazione mi  pare insufficiente a garantire la funzione del socio, altrimenti che senso avrebbe conservare una facoltà di veto se non si ha l’intenzione di utilizzarla.

Intanto i diritti di veto e di governance  sono chiaramente espressi  e dobbiamo subirli perché le Banche ci hanno stralciato 149 milioni dal debito e se esistono, vanno considerati per l’effetto che possono produrre.
Sono, peraltro, trasferibili e quindi, non è prevedibile un rapporto fiduciario con eventuali  nuovi possessori, a noi ignoti.

Rimangono, quindi, ferme tutte le perplessità espresse sulla stabilità dell’impianto associativo.

Non potevo trascurare, e non l’ho fatto, una valutazione critica sulla consistenza del debito stralciato che risente della negativa influenza della svalutazione dei crediti Interporto, imposti dalla condizione risolutiva espressa che ci obbliga a recepire quanto definito nel piano di ristrutturazione Interporto.
Inoltre la consistenza dello stralcio si determina pure per l’impianto del piano industriale di ricollocazione degli immobili disponibili che hanno subito una consistente svalutazione.
Questo problema affonda le sue radici da lontano, quando dal dicembre 2011 il CIS ha sospeso i pagamenti al ceto bancario, in presenza di un inadempimento di un terzo dei soci per rate di mutuo e quote condominiali.
La naturale politica di ricambio aziendale, attuata da sempre, attraverso la cessione dei contratti di leasing è stata sospesa per attuare un piano industriale di accumulo di aree disponibili omogenee.
Si è ritenuto, a mio avviso erroneamente, che sarebbe stata più facilmente collocabile una vasta area con una destinazione diversa.
Ho domandato se era possibile assegnare alle aziende socie virtuose dei lotti disponibili per realizzare valori superiori a quelli della previsione del piano industriale per il 2027 ( 100.000 mq per 47 milioni).Mi è stato risposto che questa possibilità rientrava esclusivamente in una trattativa commerciale fra il singolo socio e la società.
Questo profilo non è secondario perché conferma le mie perplessità sull’effetto del Piano industriale sulla nostra vocazione d’impresa.
La ricollocazione al dettaglio, ad un prezzo prefissato erga omnes,  avrebbe avuto un percorso più rapido, più agevole e più redditizio, ancorché fosse stata accompagnata da un cambio di destinazione d’uso.
La possibilità di creare una sinergia fra distribuzione e produzione nel settore della moda, rappresenta la nuova frontiera del commercio all’ingrosso, perché oggi tutte le imprese che funzionano, agiscono come organizzatrici di produzione e non più da semplici distributori.

Si guardi, poi, al profilo del contenzioso.
Quante dolorose lacerazioni potevano e possono ancora essere evitate formulando un progetto di ricollocazione attraverso la cessione del contratto di leasing ad un prezzo di cartello prestabilito.
E non mi si venga a dire che tale operazione abbasserebbe i nostri valori immobiliari perché bassi come adesso non sono mai stati e questo è un segnale forte da cogliere.

Vorrei, infine, sottolineare che non esiste alcun margine di trattativa per modificare l’Accordo che presenta, in bella evidenza, il suo aspetto più qualificante per i soci virtuosi: consente il riscatto senza ipoteche al completamento del pagamento.
Un diritto acquisito e legittimo che viene garantito, allo stesso modo di quanto previsto addirittura dalla Legge Fallimentare.
Ritorneremo sull’argomento ed in particolare sulle modifiche statutarie imposte con clausola risolutiva dell’Accordo.
Il discorso è vasto e complesso e non può esaurirsi con questa pubblicazione che intende solo dare a Voi un’informazione sintetica sull’incontro di ieri.
Rimango fermo nella mia convinzione che dobbiamo solo scegliere il male minore e sarà arduo.
Non intravedo molte possibilità di confronto e temo che l’Assemblea dei soci sia veramente l’ultima spiaggia.
Lunga vita al CIS.
Emilio D’Angelo
Patto di Sindacato di voto dei soci CIS.
Comitato del No alle modifiche dello Statuto.

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