Francesco, alla vigilia dell’Epifania, ha incontrato una delegazione delle popolazioni vittime del terremoto che ha colpito l’Italia centrale.

Ancora una volta ha accentuato la necessità che la ricostruzione fisica di ciò che è andato distrutto, parta dalla ricostruzione del cuore.

In altra occasione, commentando un passo del Siracide, dedicato all’onore dei genitori, il Santo Padre ha allargato la riflessione sulla deriva culturale che tende ad affermare, sempre con maggiore insistenza, la cultura dello “scarto” di tutto ciò che invecchia.

La tendenza consumistica che contrassegna sin dal secolo scorso l’atteggiamento ormai diffuso nei popoli occidentali, ha avuto una evoluzione negativa, affermando anche il consumismo delle idee e dei valori, “lo scarto” di tutto quello che non serve più ad una società che riconosce un solo valore: l’efficienza finanziaria.

È efficiente dal punto di vista finanziario solo ciò che puntella un enorme castello di “carte”.

Questo diabolico ingranaggio stritola tutto in nome del diritto di “scarto”, un diritto primordiale quello che afferma il principio della prepotenza: homo homini lupus.

La teoria che l’uomo è lupo, non uomo, verso altri uomini fu anticipata da Plauto ma fu sviluppata dal filosofo inglese Thomas Hobbes e, nella società contemporanea, la sofisticata gestione del mondo finanziario, ha assoggettato le regole economiche a questi principi.
L’individuo segue solo le regole dell’egoismo utilitario che sono l’istinto di conservazione e quello di sopraffazione.
Per evitare una guerra di tutti contro tutti si è costituito un patto sociale: la società politica.
Al vertice dello Stato il potere sovrano, senza limiti né controlli e nello Stato, come nella natura, la forza crea il diritto.
È l’autorità, non la verità, la madre delle leggi.

Vedete non é per caso che Vi propongo una riflessione alla ripresa dell’attività sociale, dopo questo breve periodo festivo
La tendenza a scartare tutto ciò che non è più funzionale ai criteri di efficienza finanziaria e la scarsa propensione a ricostruire ciò che si è logorato, induce spesso un senso di sfiducia e di rassegnazione, quasi come se il mondo che ci circonda non dipendesse più da noi.

Il lavoro, l’impegno, i sacrifici di almeno due generazioni di soci si imbattono nella cultura dello ” scarto “.
Cosa sarà del Cis ancora sano, ricco di energie e di risorse, un vecchio e saggio Cis nel prossimo futuro?

Un Drago con sette teste divora risorse ed immola l’origine della genesi ad una divinità finanziaria che annaspa in un cumulo di carte cercando una nuova luce e si perde nel buio più intenso.
Alla vigilia del Santo Natale, la gente del CIS ha votato in Assemblea, dopo cinque anni di estenuanti trattative ha accettato un Accordo ingiusto per evitare il grave rischio del fallimento della società.
È un Accordo ingiusto perché è stato subordinato e vincolato a quello di Interporto, perché riduce la nostra autonomia sociale, perché affida governance e piano industriale al ceto bancario.
Eppure, anche noi, soci aderenti al Patto o al Comitato del No, pur avendo sostenuto con passione la nostra contrarietà alle modifiche dello Statuto, abbiamo accettato con responsabilità il peso di una decisione della maggioranza assembleare.
Ora la nostra voglia di ricominciare, di tagliare con il passato, subisce un brusco arresto.
Questa storia sembra non debba finire mai.
Le modifiche dello Statuto approvate dall’Assemblea con maggioranza qualificata non sono operative sino al passaggio in giudicato del decreto di omologa dell’Accordo.
Pende infatti ricordo in Corte d’Appello presentato da Confedercontribuenti, in nome e per conto di poche aziende , già socie del CIS, sottoposte ad azione fallimentare.
La prima udienza presso la Corte di appello di Napoli è stata fissata per il 22 febbraio 2017.
Tutti i conteggi di chiusura di interessi ed oneri derivati erano stati calcolati con data definita per il 31.12.2016 ma evidentemente il termine di avveramento è stato differito.

Ho provato, con ingenua aspettativa, di rappresentare il grave pregiudizio che deriva alla comunità sociale per questo ulteriore ritardo.
Non mi preoccupa tanto il danno degli ulteriori oneri finanziari, in ragione di circa 50.000 euro al giorno, per il quale si potrà individuare un’ulteriore transazione con il sistema bancario.
Sono molto preoccupato, invece, dal rischio del caos, dall’incerta partenza del piano industriale, dal vuoto di potere amministrativo che non consente rapide decisioni sui problemi più urgenti.
Insomma, l’anno zero non è ancora cominciato.
Sono preoccupato dalla sfiducia di chi ha lottato per trovare una strada che garantisse la continuità aziendale ed oggi stenta a riconoscersi in questo Accordo.
Credo che si stia formando l’illusione, per una parte della nostra comunità sociale, che l’ultima delibera assembleare abbia risolto tutto, così come aveva disegnato nei suoi progetti il Presidente.
La parte, invece, che resisteva, invocando ordine e trasparenza amministrativa, si sente delusa da questa soluzione che favorisce Interporto a spese del CIS.
C’è poi un’ulteriore frangia sociale contro la quale la società ha esercitato l’azione fallimentare per il recupero degli inadempimenti collegati al rapporto di sub mutuo e degli oneri condominiali.
L’inopportunità di questa azione, nelle circostanze di fatto e di diritto, ormai palesi, emerge in maniera drammatica.
È facile gonfiare le vele del risentimento e della vera giustizia nell’animo di chi è stato duramente colpito, dimenticando forse il peso delle rispettive responsabilità.

Siamo realisti, come pensiamo di ripartire, continuando ad agitare temi ormai scontati, che attribuiscono responsabilità, individuano errori, ma continuano ad impedirci di cogliere quel poco o quel tanto di buono che si prospetta nel futuro del CIS, con questo Accordo?
A che e a chi serve l’invocato intervento delle Procure?
A che e a chi serve attirare sul CIS e sul l’interporto il massimo dell’attenzione mediatica negativa?
E lasciatemelo dire, a chi e a cosa serve abbattere un mito, umiliare la nostra Casa comune, tradire un’ Idea, un principio, un impegno che ci ha reso capaci di costruire un’impresa che il mondo ci invidia.
Ecco, a questo punto mi fermo, perché non posso accettare di sentire il dubbio di chi mi è stato vicino.
Non sono un trasformista, non rinnego nulla di ciò che ho scritto in questi anni.
Ho contestato, in tutti i modi possibili, in quelli consentiti dalla legge e dalle regole morali, ma ho rispettato sempre i doveri di lealtà che chiunque di noi ha nei confronti di chi ci ha guidato per una vita intera per strade incerte ed inesplorate.
Nessuno di noi è infallibile ed è questo il limite della nostra umanità, che però ha un gran pregio, quello di riconoscere il passato, valutare con onestà il presente, ma, soprattutto, guardare con speranza e fiducia al futuro.

A cosa è servita, dunque, questa Assemblea?

A dare una speranza per una Lunga Vita del CIS.

Ci riusciremo?

Dipende solo da Noi.

Questo è il senso di un Patto per il CIS, solo questo.

Emilio.

 

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