Il CIS è stato per oltre un ventennio la Casa comune di trecento aziende socie, un fiore all’occhiello dell’imprenditoria italiana, il volano per la crescita di un comparto della distribuzione e della logistica nazionale di primo livello.

Con la svolta finanziaria, dieci anni fa, abbiamo smarrito la strada maestra, ci siamo improvvisati operatori finanziari nel settore immobiliare di strutture industriali.
L’indebitamento è stato il principio strutturale dello sviluppo industriale del Distretto nell’ultimo decennio, un indebitamento crescente che ha sfiancato le attività produttive del CIS con l’eccessivo onere dei costi per interessi, derivati e consulenze finanziarie, producendo gravi conseguenze sul sistema. 

È così che, partendo da Piazza Mercato o da San Giuseppe Vesuviano, siamo arrivati nelle aule dei tribunali, sezione fallimentare.

La nostra storia non è molto diversa da quella che ha visto protagonisti in Italia i nuovi capitani d’industria, i signori dell’indebitamento delle imprese e della ricchezza individuale.
La drammatica situazione nella quale versa il CIS e l’intero Distretto è lo specchio fedele del nostro Paese.
Siamo divisi in fazioni distinte, non tanto per differenza di idee, ma per differenza di interessi, ognuno va per proprio conto, seguendo la corrente che appare più conveniente.
Non puntiamo più alla crescita, per cercare di ricostruire una solidarietà sociale che è ormai un lontano ricordo, ma solo alle relazioni, aspettando di vedere come vanno le cose…
Andiamo avanti nel silenzio di regime, senza accorgerci che il regime è cambiato e dobbiamo rispondere a nuovi padroni, ai legittimi padroni del nostro debito sociale e dell’intero Distretto.

Negli ultimi tre anni il silenzio è stato rotto solo, dalla debole voce del nostro Patto di Sindacato di voto, bistrattato e boicottato e non solo dal regime gestionale, ma, inspiegabilmente, anche dallo stesso contesto associativo che stenta a riconoscere la determinante azione svolta per arginare gli ingiustificati travasi di risorse finanziarie da CIS ad Interporto.

Riflettete solo un momento…..
Con la disponibilità dei 40 milioni prestati da CIS ad Interporto, oggi avremmo avuto il controllo del piano industriale per la ricollocazione dell’area inadempiente.
Considerate, inoltre, che se al closing dell’Accordo il CIS ha potuto versare la prima tranche del debito, pari a circa 50 milioni, questo proviene solo dalle somme puntualmente versate dai soci adempienti che non sono state più dirottate verso Interporto.

È la dimostrazione inconfutabile, che il CIS esiste ed è ancora vivo, se è capace di conferire al sistema , in pochi anni, 100 milioni di euro, ancorché sia stato bistrattato, in ogni modo, da una politica industriale tesa a privilegiare lo sviluppo di Interporto e Vulcano.

Voi potreste dire: ma questo è passato, perché continuare a parlare di passato?

No, colleghi, No!

Questo non è il passato, ma, purtroppo, è un triste presente ed un incerto futuro che ereditiamo proprio da quel passato!
Triste presente per quelle aziende socie più deboli che dopo aver dato tanto al sistema ed al Distretto, perdono tutto: azienda, capannone ed onore.
Sapete che possono fallire soci con mille metri di capannone, con 300/400 mila euro di inutili azioni Cisfi e Banca di Sviluppo, per un residuo debito da mutuo di meno della metà del valore mutuato?
Quei capannoni andranno restituiti per essere ricollocati; e questo non si poteva fare prima, favorendo i ricambi d’utenza?
Avremmo evitato tanti vergognosi fallimenti, proteggendo, inoltre, i valori immobiliari di tutto il contesto.

Vedete il futuro presenta gli stessi problemi del passato, bisogna decidere proprio sulle stesse cose.

Come ci regoleremo con i soci più deboli?

Agiremo legalmente per impossessarci dei capannoni o favoriremo delle transazioni, attraverso la cessione dei contratti di leasing?

Sapete che, ancora una volta, il punto centrale della questione è la riqualificazione degli immobili ” in rimanenza” ed il valore ed i tempi di collocazione.
Riusciremo, Noi soci CIS, ad organizzare una cordata per aver voce nel progetto industriale?
Saremo disposti a rimettere mano nelle nostre casse per evitare qualsiasi speculazione immobiliare sulla pelle dei soci?
Riusciremo ad anticipare la fase di riscatto per liberare, in tempi brevi, la garanzia ipotecaria sugli immobili dei soci adempienti?

Qui, su questo campo, si gioca la partita del CIS società consortile, ed in campo ci siamo solo NOI nella squadra con i colori del CIS, il capitano gioca con Interporto.
Bella mossa, quella di ritirare il re dalla scacchiera del CIS, un’anestesia totale sul passato, aspettando con rassegnazione il futuro che avanza lentamente : un tocco geniale!

Siamo tutti ancora storditi, senza anima e senza idee, vaghiamo nel mondo dell’inutile speranza senza sapere nemmeno cosa sperare.

il risultato? Un profondo, mortificante silenzio!

Ascolteremo con attenzione, nella prossima assemblea, la relazione sul nostro futuro, come ha annunciato il dr. Iasi, amministratore delegato sia di CIS che di Interporto, recentemente nominato anche alla Presidenza della nostra società, perché non siamo stati nemmeno capaci di esprimere una candidatura di bandiera che rappresentasse, pur senza poteri, la nostra storia.
Ascolteremo, non abbiamo altre facoltà, sperando che finalmente prenda corpo un’autentica solidarietà sociale ed il risveglio orgoglioso delle nostre coscienze, in particolare di quelle delle nuove generazioni.

Ci vediamo giovedì 4 maggio….

Nella tradizione napoletana il 4 di maggio evoca, con colorite espressioni, il giorno drammatico dello sfratto o quello, ricco di speranza, dell’inizio di una nuova locazione.

Cosa rappresenterà per noi?

Lunga vita al CIS.
Emilio D’Angelo.

Fondatore del Patto di Sindacato di voto dei soci del CIS s.p.A. e del Comitato del No!

 

 

 

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