Nessuno di noi, dieci anni fa, poteva immaginare lo tsunami finanziario che si stava abbattendo su casa CIS.
L’idea di rifinanziare le pietre per sviluppare le imprese, apparve geniale e ci portò a sottovalutare il rischio del  forte indebitamento che avrebbe ipotecato il futuro delle nostre attività.

Tre i punti critici fondamentali:
-la trasformazione del CIS in una società finanziaria per la gestione del mutuo;

-l’iscrizione ipotecaria indistinta e solidale fra tutti i soci che avrebbero richiesto  il sub mutuo;

-Il differente profilo del trattamento del tasso d’interesse: variabile nel rapporto principale CIS-Banche e  fisso nel rapporto di sub mutuo tra CIS ed aziende socie, regolato da uno sciagurata copertura di strumenti derivati per arginare l’eventuale rischio di aumento dei tassi.

L’operazione, purtroppo, è miseramente fallita proprio su questi punti critici, con la complicità di una grave crisi generale che ha coinvolto il sistema finanziario a livello globale.

Ora noi, a manovra approvata, possiamo solo limitare i danni da inquinamento finanziario, ancora evidenti nel tessuto produttivo del nostro contesto sociale.

Questo è l’interesse prevalente: dobbiamo rivitalizzare ruolo e funzione del CIS, attraverso le attività delle imprese socie.
I valori immobiliari del CIS riprenderanno gradualmente quota solo attraverso una capillare ricostruzione commerciale.

Esistono, per fortuna, i primi confortanti segnali che il Paese sta riprendendo lentamente la strada della crescita ed un ruolo importante potrebbe assumerlo chi é in grado di esportare beni e servizi con marchio italiano.

Questo è il punto fondamentale: ricostruire un valore d’impresa consortile gravemente compromesso da una politica strabica in un lungo periodo di crisi.

Uno strabismo divergente che trasferiva risorse e capitali da CIS a Interporto con crescente intensità, impoverendo il valore e la funzione del Cis.

Purtroppo l’Accordo di ristrutturazione ha completamente ignorato l’aspetto prevalente della crisi del CIS che è stata caratterizzata proprio da questi vistosi errori di gestione.

Primo fra tutti il blocco dei trasferimenti dei contratti di leasing che ha impedito la sostituzione indolore delle aziende più deboli e quindi , il ricambio necessario in qualsiasi comunità sociale che deve rinnovarsi.

Questo maledetto blocco, che rispondeva  ad un’esigenza finanziaria per dimostrare la necessità di una manovra strutturale sul debito solidale, ha tradito lo spirito consortile del sistema che pure lo aveva retto per oltre un ventennio.

Drammatica è stata l’evoluzione di questo blocco immobiliare che ha generato la politica dell’azione di recupero in sede fallimentare.

Questa funesta strategia ha messo in ginocchio il sistema, generando numerosi punti bui nel tessuto produttivo ed immobilizzando il mercato immobiliare di ricambio d’utenza, volano fondamentale di sviluppo per un centro di imprese che devono e possono fare filiera in un mercato globale.

La mia non è una sterile polemica sui responsabili di tutto questo, pur avendo mille ed una ragione per animarla, ma una riflessione attenta per orientarci con consapevolezza sul nostro futuro prossimo.
Quel futuro che è già cominciato, ma stenta ad essere riconosciuto, così come è avvolto nelle incertezze di un Accordo che ci ha sottratto ogni iniziativa sociale e punta con determinazione ad una politica di ricollocazione del Cis, ancora una volta subordinata ad Interporto.

In questa direzione va il progetto di una Zes o quello di ricollocazione a prezzi privilegiati di un’intera isola.
Il punto di partenza è sempre lo stesso.
L’area di 100,000 mq è disponibile in ricollocazione solo per 28.500 mq , mentre per la parte restante deve essere recuperata nell’area del contenzioso.

Anche se la sola collocazione dei primi trentamila metri, ad un presunto prezzo di bilancio, coprirebbe già i due terzi del debito residuo, non possiamo evitare di affrontare il punto critico della questione: il recupero della prevalente area del contenzioso.
A che servono più  tanti fallimenti?
Hanno portato solo gravi danni all’immagine, disastri e distruzione per aziende e famiglie.
Oltre alle aziende socie fallite ce ne sono ancora tante che hanno sopportato con fatica questo drammatico decennio ed altre che avrebbero bisogno di cedere onorevolmente capannoni e contratti.
Purtroppo non sono stati previsti strumenti finanziari adeguati e tutto si sviluppa con straordinaria lentezza, per difficoltá  tecniche che imprigionano ogni buon proposito.

Ora, pur riconoscendo al nuovo direttivo una strategia molto più collaborativa, rispetto al recente passato,  dobbiamo ammettere dolorosamente che molte aziende socie restano appese ad un filo.
Questo non é utile né moralmente giustificabile per come sono andate le cose, ma, soprattutto, non giova al necessario riequilibrio del progetto industriale del sistema CIS.

Bisogna produrre uno sforzo comune per superare questa fase di stallo ed affrontare con coraggio il nodo del contenzioso, abbandonando ogni inutile polemica per privilegiare la capacità di ricostruire uno spirito solidale.

Vorrei ricordare a tutti che la scarsa partecipazione sociale, anche se giustificata dalla stanchezza e dallo sconforto, non può produrre alcun effetto, se non l’illusione che le cose si aggiustano da sole.

E devo ammettere, con vivo rammarico, che avverto un generico disimpegno generale, veramente inquietante, perché ho la sensazione che stiamo mancando di cogliere una buona occasione di rinascita.

Lunga Vita al Cìs.

Emilio D’Angelo

 

Annunci