Egregio Presidente,
Carissimi colleghi,

Spero di essere con Voi giovedì sera perché avverto che, ancora una volta, saremo chiamati a fare un nuovo passo verso  il nostro futuro.

Vi invito, intanto, a riflettere in anticipo, con maggiore calma, evitando quella naturale incertezza che ci assale nelle riunioni o ancora peggio un ascolto rassegnato e disattento quando non si condivide un progetto perché non corrisponde alle nostre aspettative.

É veramente difficile che qualsiasi progetto possa incontrare le esigenze di ognuno di noi, ma noi dobbiamo pensare al CIS, a quello che serve per ricostruire una missione comune, per dare senso ed efficacia al nostro stare insieme.

Dobbiamo,  però,  guardare anche la realtà nella sua concretezza, senza rincorrere illusioni o certezze, ormai tramontate da tempo.

Il nostro distretto é cresciuto a dismisura, prima Interporto,e poi Vulcano hanno bruciato ingenti risorse per affermarsi nella misura che oggi tutti possono apprezzare.

Questa é una realtà incontestabile!

Il CIS, i suoi soci, le sue aziende, hanno pagato il prezzo più alto per una crisi di sistema che non poteva essere più sconvolgente.
La crisi, che, a prima vista, poteva apparire  solo finanziaria, ha  affondato le sue radici nel radicale mutamento del sistema distributivo globale e nella rivoluzione dei distretti produttivi che si sono spostati ad oriente del mondo, dove hanno trovato condizioni sociali più favorevoli per gli investitori.

Il sistema CIS si fondava sul commercio all’ingrosso di presenza e trovava il suo principale punto di forza sul grande assortimento di magazzino, sempre pronto, destinato ai negozi al dettaglio o ai mercati settimanali di provincia.

Il nostro limite era il territorio e quando l’utenza veniva da noi , nessuno si preoccupava troppo di sviluppare nuovi sistemi di vendita per cercare una nuova clientela.E così il CIS cresceva e si sviluppava, sostenendo ogni iniziativa, la Cisfi, la Banca Popolare, il cambio d’utenza, favorito dalla continua valorizzazione degli immobili che, in certi casi, rappresentavano il salvagente delle aziende in crisi di gestione.

Da almeno cinque anni le vendite di presenza sono precipitate progressivamente, la distribuzione al dettaglio tradizionale è stata decimata per la diffusione selvaggia di centri commerciali, di catene di vendita, di negozi in franchising  e più recentemente anche questi nuovi sistemi sono andati in crisi per asfissia.

Almeno un terzo delle aziende del Cis non ha avuto più una missione commerciale ed ha cominciato ad arrancare.
Ecco perché non ha potuto più pagare le rate di quel maledetto finanziamento, stipulato, purtroppo, a condizioni solidali per la comunità sociale, che sarebbero inimmaginabili di questi tempi.

Così, per salvare i capannoni, abbiamo perso il CIS e , finalmente, solo da qualche mese abbiamo cominciato a riscattare, almeno, i capannoni.

Dov’é  finita la nostra bella favola dell’impresa consortile?

Il CIS, l’Interporto, il Vulcano, sono controllati dalle banche creditrici, attraverso gli Strumenti Finanziari Partecipativi, non ci sono soluzioni.

Così è, se vi pare!

Non si illuda nessuno che questo stato cambierà, possiamo solo convivere con il potere finanziario, cercando dei punti di interesse comune…..

in poche parole: ” Ti lascio fare perché conviene pure a me”.

Ora dobbiamo abituarci a sopravvivere in questa nuova realtà.

Punto !

Il dott. Iasi è stato nominato dalle banche per realizzare il progetto di ristrutturazione del debito di Cis ed Interporto, a quelle banche deve dare conto; questo è il suo limite, per il resto è la migliore persona che potevamo incontrare nel nostro tribolato cammino.

Quel limite é anche il nostro limite  e questo lo sapevano tutti, nessuno può tirarsi indietro pensando che in qualche modo quel limite si poteva superare.

La situazione del CIS andrà presto a regime, entro un anno tutte le aziende adempienti avranno l’opportunità di riscattare a conclusione del piano di rimborso, completando il ripianamento della prima quota del debito residuo.
Resterà da regolare solo l’ultima quota di debito : 40/45 milioni di euro che potrà essere recuperata dalla ricollocazione degli immobili ritornati in possesso della società.
Si stima che i 100.000 mq previsti in collocazione, potrebbero ridursi a circa 65.000 mq per effetto della composizione di una quota di contenzioso.

Ecco perché è importante il piano di ricollocazione, il progetto di una eventuale Zes e il prezzo di ricollocazione.
Andrebbe fatta chiarezza sulla sorte dei soci più deboli e su quelli ai quali viene proposto di spostarsi.

É un dovere morale, oltre che un vantaggio notevole di gestione.

Sono questi argomenti per i quali non abbiamo più voce in capitolo, perché il piano finanziario e quello industriale non sono influenzabili tecnicamente né dai singoli consiglieri d’amministrazione né dall’assemblea.
A noi, sul piano societario, compete solo l’approvazione dei bilanci, ma non possiamo intervenire nella politica di indirizzo e tanto meno nella destinazione di eventuali utili derivanti dalla ricollocazione.

Il tema per il futuro sarà sempre più contrassegnato da una inquietante domanda: chi siamo noi, come soci del CIS?

Forse solo degli utenti del Centro, nulla di più.

Allora, cari colleghi, non mi resta che augurare…Buon incontro a tutti! Questa non é un’assemblea nella quale si decide qualcosa, ma un incontro con il nostro amministratore che condivide con noi un progetto.

 Avviciniamoci  compatti, con animo sereno e disponibile all’ascolto, consapevoli, però, che, nel bene e nel male questa meraviglia l’abbiamo creata noi con il nostro impegno e le nostre fatiche di trent’anni, ma a noi rimarranno solo le aziende, se saremo capaci di proiettarle nel futuro, perché, ne sono certo, le occasioni non mancano per gente in gamba come noi.

Lunga, lunga, lunga vita al CIS e alla sua storia.

Emilio D’Angelo

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